Quercus petraea

Famiglia : Fagaceae


Testo © Prof. Paolo Grossoni

 

Quercus petraea

Le querce hanno sempre destato timore e riverenza nelle antiche popolazioni di tutta l’Europa, per le dimensioni, l’età e il ruolo centrale nella vita della foresta © G. Mazza

Il rovere (il Dizionario dell’Accademia della Crusca consiglia il nome maschile anche se il femminile “la rovere” è sicuramente di uso più comune) è uno delle numerose querce appartenenti al genere Quercus L.

La sistematica del genere è molto complessa e dibattuta ma le ricerche più recenti gli attribuiscono circa 400 specie (423 secondo Denk e collaboratori; 2017). Vi sono querce con foglie che hanno il margine intero e querce con le foglie lobate e, fra queste ultime, specie con lobi arrotondati e specie con lobi acuti; vi sono querce sempreverdi, querce con foglie caduche e, anche, querce con foglie semipersistenti. I caratteri morfologici che più immediatamente permettono di riconoscere rapidamente una quercia sono il frutto (la «ghianda») che è una noce singola sempre parzialmente inserita in una cupola emisferica rivestita da squame in genere appressate e decorrenti e le gemme che nella parte terminale del rametto sono raggruppate e ben visibili nel periodo invernale. Il numero cromosomico è lo stesso per tutte le specie (2n = 24).

Le querce sono spontanee nella fascia temperata e in quella subtropicale di tutto l’emisfero settentrionale.

Quercus petraea, Rovere

Portamento isolato di un rovere (Quercus petraea). Presente in gran parte dell’Europa occidentale e centrale può superare i 40 m d’altezza © Giuseppe Mazza

Vengono suddivise nei due sottogeneri Quercus e Cerris; il primo è a sua volta ripartito in 5 sezioni: Quercus, (emisfero settentrionale), Ponticae (due sole specie, una caucasica e l’altra californiana), Protobalanus, Virentes e Lobatae (dall’America settentrionale alla Colombia); il secondo consta di 3 sezioni: Cerris e Ilex (Eurasia e Nord Africa) e Cyclobalanopsis (Asia tropicale e subtropicale).

Il rovere, Quercus petraea (Matt.) Liebl. (il nome scientifico fa riferimento ad una sua presunta propensione, in realtà abbastanza occasionale, per ambienti nettamente sassosi e ben drenati), in francese è chiamato “chêne rouvre” o “chêne sessile”, in inglese “sessile oak” o “durmast oak”, in tedesco “Winter Eiche”, in spagnolo “roble abar” o “roble del invierno”; è un albero longevo e di grandi dimensioni potendo arrivare a 30-40 (50) m di altezza con diametri di 1-2 m; il tronco è cilindrico, diritto e, a differenza di quello della più eliofila farnia, lungamente indiviso; il ritidoma, grigio e liscio fino a circa 20 anni, si fessura poi in solchi longitudinali lunghi e regolari che definiscono costole a sezione tendenzialmente rettangolare.

Quercus petraea

Fra i paesaggi agrari europei non è raro incontrare un albero isolato come questa rovere con la chioma molto ampia al centro di un grande prato o, più facilmente, di un coltivo, come questo campo di grano, per fornire al bestiame e al pastore una pausa ristoratrice alla sua ombra nelle ore più calde delle giornate estive © Joachim Boldt

La chioma è ampia, densa e abbastanza regolare anche per la disposizione dei rami principali che sono piuttosto diritti; i giovani rami sono grigio-bruni, glabri e nella stagione vegetativa portano foglie leggermente coriacee allo stato adulto di colore verde intenso e glabre sulla pagina superiore, mentre quella inferiore è glaucescente con una leggera pubescenza lungo le nervature secondarie. La lamina fogliare, lunga 8-12 (14) cm e larga 5-7 (10) cm, è oblungo-obovata con la massima larghezza verso la metà; è più o meno cuneata alla base ed ha 5-8 paia di lobi arrotondati; il picciolo è caratteristicamente lungo variando da 15 a 25 (30) mm. Vi sono sia foglie di luce sia d’ombra; le prime hanno uno spessore maggiore. La specie è decidua ma, come in roverella, anche in rovere i rami delle piante giovani o i rami giovanili (epicormici) di quelle adulte conservano le foglie, ormai morte e secche, per buona parte dell’inverno.

Nell’apparato radicale il fittone rimane a lungo attivo producendo lunghe e robuste radici laterali che scendono diagonalmente nel terreno. Il legno è a porosità anulare, discolore con alburno bianco-gialliccio e duramen marrone chiaro che, con l’età, si scurisce. I raggi parenchimatici sono in maggioranza uniseriati ma vi sono anche diversi raggi pluriseriati (circa il 5% del totale) larghi e agevolmente visibili.

Quercus petraea

Soprattutto nei primi mesi dopo la germogliazione, le foglie delle roveri sono nettamente discolori: verde brillante sulla pagina superiore, glaucescenti su quella inferiore © Giuseppe Mazza

I fiori maschili, ciascuno con 6 stami, sono riuniti in amenti pauciflori penduli lunghi 3-6 cm; i femminili, con un peduncolo quasi nullo, sono raccolti in gruppi di 2-5 su brevi spighe spesso inserite all’ascella dei piccioli delle foglie nella porzione apicale del rametto dell’anno; hanno 3 stili ciascuno. A sottolineare l’estrema riduzione del peduncolo fiorale, sinonimi ormai non più utilizzati di Q. petraea sono Q. sessilis Ehrh. e Q. sessiliflora Salisb. La fioritura è contemporanea alla fogliazione.

Il frutto (ghianda) matura nell’anno; è lungo 2-3 cm ed è incluso per 1/4 – 1/3 nella cupola che è formata da minuscole squame pubescenti, lunghe 1-2 mm e strettamente appressate. Il tegumento è liscio, bruno-olivastro, non striato e disseccandosi diventa fulvo. Come in tutte le querce la germinazione è ipogea e il seme non è dormiente per cui la ghianda o germina rapidamente (a volte l’emissione della radichetta avviene ancora sull’albero) o muore. Nei primissimi anni di vita della pianta le foglie possono rimanere verdi per tutto l’inverno.

Q. petraea ha un areale che si estende su gran parte dell’Europa occidentale e centrale, arrivando a est fino a una linea, immaginaria, che congiunge Danzica con il delta del Danubio mentre a ovest comprende le isole britanniche, la Francia e la Spagna settentrionale.

Quercus petraea

Foglia glabra e giovanissime ghiande in crescita. Quercus petraea si distingue da Quercus robur per il picciolo più lungo e la foglia cuneata alla base e larga al centro © Giuseppe Mazza

A Nord il rovere arriva allo Jutland e alla parte meridionale della penisola scandinava mentre a sud vive nella fascia prealpina e lungo la penisola italiana fino alla Sicilia, in Corsica e in quasi tutta la penisola balcanica fino alla Grecia, dove diventa più sporadica. Attraverso l’Anatolia giunge al Caucaso e ai rilievi della Turchia meridionale.  Nelle regioni mediterranee il rovere ha subito nei secoli un intenso sfruttamento sia per ricavarne legname sia per sostituirne il bosco con colture agrarie; per questi motivi in Italia i boschi con rovere sono in buona parte scomparsi (come testimoniano i numerosi toponimi sparsi per la penisola) ma esemplari singoli o in piccoli gruppi si ritrovano, sia pure non frequentemente, nei boschi misti di latifoglie decidue non termofile soprattutto della collina e della bassa montagna delle vallate alpine e prealpine.

Invece nell’Europa centrale Q. petraea è ancora piuttosto diffusa e coltivata e forma boschi sia su suoli acidi e umidi (insieme alla betulla, Betula pendula Roth) oppure, quando essi si avvicinano alla neutralità, con numerose altre latifoglie decidue che, a seconda degli ambienti, possono essere il faggio (Fagus sylvatica L.), il carpino bianco (Carpinus betulus L.), il ciliegio (Prunus avium L.), diversi aceri (Acer pseudoplatanus L., A. campestre L. e A. platanoides L.), i tigli (Tilia platyphyllos Scop., T. cordata Mill. e il loro ibrido naturale), alcuni sorbi (Sorbus aucuparia e S. aria (L.) Crantz) e, nei terreni più umidi il frassino maggiore (Fraxinus excelsior L.) e la farnia (Quercus robur L.).

Quercus petraea

Inoltre qui le ghiande sono sessili mentre in Quercus robur hanno peduncoli di 3-12 cm ed i rametti non sono tomentosi come in Quercus pubescens © Hans Hillewaert

Pur preferendo suoli da moderatamente acidi a neutri il rovere può crescere anche su suoli calcarei purché ben drenati e, soprattutto, in cui l’acqua possa mancare solo per brevi periodi: è specie oceanica e privilegia ambienti temperati non particolarmente freddi in inverno ma nemmeno troppo caldi in estate.

È molto suscettibile alle gelate primaverili in quanto entra abbastanza presto in germogliazione (mediamente 10-15 giorni prima della farnia anche se l’intervallo si riduce alle latitudini più settentrionali). Come tutte le specie oceaniche esige umidità atmosferica sia in estate sia in inverno, ma tollera bene un certo grado di siccità edafica grazie al profondo apparato radicale. Non è eliofila obbligata e le giovani piante possono tollerare un ombreggiamento continuato per 2-3 anni. Rispetto al faggio il rovere è più sensibile alle basse temperature ed è meno sciafilo ma sopporta meglio la siccità; rispetto alla farnia è più rustico perché accetta suoli sia acidi che calcarei, resiste molto meglio alla siccità ed essendo meno esigente in luce sopporta meglio la concorrenza.

Il rovere è molto longevo e sono parecchi gli esemplari ultracentenari; da giovane ha una crescita sostenuta che nel tempo tende a rallentare. Il suo legno è pesante, resistente e durevole; è molto simile a quello della farnia ed è anch’esso ricercato per i suoi molteplici usi in falegnameria e nelle costruzioni navali e civili; si utilizza per liste per pavimenti, per compensati, per impiallacciature; serve come legna da ardere e come carbone.

Quercus petraea

Il frutto, lungo 2-3 cm, è incluso per 1/4-1/3 nella cupola che è formata da minuscole squame pubescenti, lunghe 1-2 mm e strettamente appressate © Philip Goddard

Come per quello di farnia, è ricercato per la produzione di doghe da botti (barriques) per migliorare l’invecchiamento di vini e distillati e in Francia vengono condotti studi per individuare le popolazioni con i più idonei contenuti tannici; il ‘tannino’ è abbondante anche nella corteccia e nelle foglie. Le ghiande sono appetite dalla fauna selvatica e le fustaie servono spesso per il pascolo soprattutto dei suini.

Per il portamento elegante e maestoso ha assunto valore simbolico e il rovere è stato spesso adottato in araldica, dove viene rappresentato con rami incrociati, ma soprattutto viene impiegato isolato o in gruppi nel verde ornamentale utilizzando anche diverse varietà selezionate.

In genere ha una buona resistenza a parassiti, gli stessi delle altre querce euroasiatiche della stessa sezione; sono cerambicidi, lepidotteri defogliatori come Tortrix viridana, Lymantria dispar e Thaumetopoea processionea, funghi agenti del mal bianco (Erysiphe alphitoides), funghi di carie del legno e, soprattutto, di marciume radicale quali Daedalea quercina, Armillaria mellea, Inonotus dryadaeus, Ganoderma sp.pl., ecc., e agenti di cancro come Biscogniauxia mediterranea. Ceratocystis fagacearum (di cui Chalara quercina è la forma conidica) è l’agente che causa l’avvizzimento delle querce; assente in Europa, è una tracheomicosi diffusa negli Usa centrali e orientali dove costituisce per le querce la patologia più pericolosa perché porta rapidamente alla morte dell’albero. In prove di laboratorio le querce decidue europee sono risultate molto sensibili.

Quercus petraea

La ghianda matura nell’anno. Il tegumento è liscio, bruno-olivastro, non striato e disseccandosi diventa fulvo. Il seme non è dormiente e la radichetta germinativa può anche sbucare sull’albero, prima che il frutto cada al suolo © Ferran Turmo

Una patologia che si sta dimostrando molto pericolosa anche in Europa è la cosiddetta «morte improvvisa delle querce» o SOD («Sudden Oak Death») per la quale l’oomicete Phytophthora ramorum, insieme con diversi batteri, è ritenuto essere l’agente primario e a cui forse partecipa come vettore un coleottero buprestide, Agrilus biguttatus; vengono colpiti soprattutto gli alberi oltre i cinquanta anni che muoiono nel giro di 4-6 anni. Meno grave, o meglio, con un decorso più lungo è il cosiddetto COD («Chronic Oak Decline») che consiste in una sindrome patologica a cui partecipano diversi microrganismi, fra cui l’oomicete prima citato, e che in tempi più o meno lunghi provoca un grave decadimento dell’albero.

Più o meno frequentemente sui rametti e/o sulle foglie di rovere possono comparire delle strutture ‘non pertinenti’ ai normali organi presenti in questa specie: si tratta di galle causate dall’ovodeposizione da parte di alcuni imenotteri cinipidi.

La galla (o cecidio) è una escrescenza di forma e dimensioni che variano non solo a seconda degli organismi che le determinano (batteri, funghi, nematodi, insetti e acari) ma anche delle specie vegetali che le subiscono ed è dovuta ad una proliferazione incontrollata, cioè di tipo tumorale, delle cellule vegetali coinvolte.

Sulle piante legnose, fra le galle più conosciute vi sono quelle molto vistose a forma di corna di capra sulle foglie del terebinto (alcuni afidi) e quelle piccole, coniche o ovoidali, sulle foglie dei faggi (Mikiola fagi) o cilindriche su quelle dei tigli causate da un acaro (Eriophyes tiliae); ma sicuramente più note sono quelle causate da alcune piccole vespe della famiglia Cynipidae (Hymenoptera) sulle rose (Diplolepis rosae), sulle querce e, recentemente in Europa, sul castagno (Dryocosmus kuriphilus).

In genere la deposizione dell’uovo nei tessuti della pianta provoca uno sviluppo esagerato e disforme ma ben determinato senza però compromettere la crescita e il normale espletamento delle funzioni fisiologiche della pianta; fa però eccezione il cinipide galligeno del castagno perché provoca l’abscissione delle foglie e nello stesso tempo compromette la produzione dei frutti per cui attacchi intensi e ripetuti per più anni portano alla morta della pianta.

Sulle querce le galle possono venire formate non solo sui rametti e sulle foglie ma anche sugli organi riproduttivi (sugli amenti maschili e sulle ghiandine); sono diverse le forme e le dimensioni delle galle che si possono osservare: galle di pochi millimetri e galle di 3-5 (6) cm di diametro, galle globose, ovoidali o discoidali, gemmiformi, a puntaspillo, a forma di riccio di mare o di stella, lisce, tubercolate, multilobate o, ‘pelose’ perché ricoperte da numerosi filamenti, ecc.

Quercus petraea

Visione invernale con tronchi contorti alla Padley Gorge in Inghilterra. Fattori esterni, come la neve e soprattutto il vento, possono modificare l’architettura delle roveri © Neil Shaw

Anche i colori variano dal marrone al rosso, al verde, al giallo e all’arancione e al blu ma, sempre, questi caratteri sono costanti per ogni specie di parassita in funzione del taxon della specie quercina ospitante.

Come detto, le galle non creano particolari danni all’ospite ma, certamente, possono determinare effetti estetici non gradevoli. Esse sono molto ricche in acido gallico sia libero sia combinato sotto forma di glucoside o di tannino. Per questo motivo le galle quercine hanno sempre avuto un ruolo importante sia per la concia delle pelli sia per la produzione di inchiostri (inchiostro ferro-gallico) perché l’acido gallico, che in soluzione acquosa si ossida rapidamente, se trattato con solfato ferroso diventa un sale (gallato di ferro) che può essere usato come pigmento stabile di colore nero-azzurro. Questo tipo di inchiostro è stato universalmente impiegato fino alla fine del XIX secolo quando gli inchiostri di china presero il sopravvento per divenire, anch’essi, desueti con l’affermazione delle penne a sfera.

Non è stato chiarito quali siano esattamente i ruoli dei due bionti nella formazione delle galle: certamente la saliva dell’insetto è responsabile di attivare le risposte biochimiche e morfogenetiche dei tessuti vegetali, probabilmente partecipandovi anche direttamente ma non è chiaro è se i componenti della saliva interferiscono con i processi biochimici inibendo, modificando o accelerandone alcuni (funzione ‘ormonale’) o se, invece, interferisca con il DNA dell’ospite inducendo o inibendo l’espressione di determinati geni. Infatti lo stesso insetto determina lo sviluppo di galle di forma diversa su specie diverse. Una volta sfarfallato l’adulto (o gli adulti), la galla diventa un rifugio per molti altri animali che vivono di norma sulle foglie e sui rametti delle querce.

Neuroterus quercusbaccarum

Galle prodotte da Neuroterus quercusbaccarum, una piccola vespa della famiglia Cynipidae che aveva deposto le uova nel tessuto di questa foglia ormai caduta al suolo © Wibe-Jan Postma

Secondo lo IUCN (International Union for Conservation of Nature) il rovere è specie a basso rischio di scomparsa ma in molte regioni, soprattutto del Mediterraneo e della Penisola Balcanica, gli intensi tagli per ottenere legname pregiato e i cambi di destinazione d’uso di quei terreni boschivi, soprattutto per trasformarli in colture agrarie o in pascoli ma anche per produzioni legnose con turni molto più brevi, ha più o meno drasticamente influito sulla sua numerosità.

Le querce, sia sempreverdi come il leccio, sia caducifoglie come la maggior parte delle altre specie hanno sempre destato timore e riverenza nelle antiche popolazioni di tutta l’Europa non solo per le dimensioni e le età che potevano raggiungere ma soprattutto per il ruolo centrale che avevano nella vita della foresta e querce sacre e i relativi santuari erano diffusi in tutta l’Europa anche se, per ovvie ragioni, nella maggior parte dei casi non possiamo identificare con esattezza quali fossero le specie quercine di riferimento.

Queste sensazioni di riverenza, ma anche di ammirazione se non di venerazione, hanno continuato ad essere espresse fino ai giorni nostri: nel 1861 Anthony Trollope, fra i più famosi scrittori inglesi dell’età vittoriana, in uno dei suoi volumi delle ”Chronicles of Barsetshire” (Le ultime cronache del Barset) aveva scritto «Come tutti sanno, la Riserva di Chaldicotes – almeno la sua maggior parte – è proprietà della Corona ma in questi tempi, in cui si sostiene che la felicità deriva da ciò che è vantaggioso, essa sta per essere disboscata. […] La gente veniva anche da lontano per vedere le querce di Chaldicotes e sentir frusciare i propri piedi camminando sullo spesso tappeto di foglie.

Andricus foecundatrix

Qui due galle gemmiformi prodotte su un rametto da un altro Cynipidae, l’Andricus foecundatrix © Sally Jennings

Ma tutto ciò avrà breve durata perché i giganti di un tempo stanno per essere sostituiti dal grano e dalle rape e uno spietato Cancelliere dello Scacchiere, ignorando le proteste e la bellezza del paesaggio, vuole un ritorno in denaro dalle terre e, così, la Riserva di Chaldicotes sta per sparire dal nostro pianeta.»  (A. Trollope – Framley Parsonage. ch. III. Smith, Elder & Co. 1861).

La specie viene suddivisa in tre sottospecie: subsp. petraea (diffusa in tutto l’areale), subsp. iberica (Steven ex M.Bieb.) Krassiln. (= Q. polycarpa = Q. dshorochensis = Q. iberica, presente nei Balcani e in Anatolia) e subsp. pinnatiloba (K.Koch) Menitsky, esclusiva dell’Anatolia. È per lo più messa in discussione la validità della subsp. huguetiana Franco & G.Lopez, che cresce in Francia e in Spagna.

Il rovere, insieme alla farnia (Q. robur), alla roverella (Q. pubescens Willd.), al farnetto (Q. frainetto Ten.) e alla quercia dei Pirenei (Q. pyrenaica Willd.), appartiene alla sez. Quercus del sottogenere Quercus.

A prima vista queste quattro querce, comunemente chiamate ‘querce bianche’, sono facilmente confondibili ma vi sono alcuni caratteri morfologici che possono aiutare nel loro riconoscimento. Rovere e farnia si distinguono fra di loro per la forma della foglia in quanto la prima ha il picciolo lungo da 15 a 30 mm, la base cuneata ed è più larga nella parte centrale mentre la seconda ha il picciolo molto breve (fino a 4-5 mm), la base con due piccoli lobi ed è più ampia nella parte apicale e, soprattutto, perché il rovere ha ghiande praticamente sessili mentre quelle della farnia hanno peduncoli lunghi da 3 a 12 cm.

Cynips quercus-folii

Il Cynips quercusfolii attacca, come indica il nome, molte specie di querce provocando caratteristiche galle tondeggianti © Buzz Clark

Rovere e roverella si differenziano facilmente perché il primo ha il ramo dell’anno glabro con le gemme glabre o appena ciliate e le foglie glabre con le nervature appena pubescenti mentre la roverella ha il rametto densamente tomentoso con le gemme pubescenti e le foglie anch’esse fittamente pubescenti (alla germogliazione spesso appaiono bianche); anche la quercia dei Pirenei ha il rametto dell’anno densamente tomentoso e le foglie pubescenti che alla germogliazione sono però rosate.

Però, a complicare il riconoscimento, è il fatto che queste specie si ibridano abbastanza facilmente fra di loro per cui sono frequenti esemplari con caratteri “misti” come, ad es. Q. ×rosacea (con la farnia), Q. ×streimii (con la roverella), Q. ×thellungii (con roverella e farnia), Q. ×cantabrica (con quercia dei Pirenei e farnia) e Q. ×trabutii (con la quercia dei Pirenei.) e in molti esemplari questi caratteri si “diluiscono” per effetto delle introgressioni (reincroci) che possono avvenire.

A causa delle affinità morfologiche con altre specie e per le relativamente frequenti forme intermedie nel tempo il rovere ha avuto diverse denominazioni che ormai sono state tutte scartate: a questo proposito, ‘The Plant List’, oltre alle due già citate (Q. sessilis Ehrh. e Q. sessiliflora Salisb.) riporta altri 102 sinonimi usati per il rovere, a seconda dei casi, per il rango di specie, sottospecie o varietà.

 

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