Antozoi : anemoni, coralli, ed altri animali simili a fiori

L’apparenza inganna. Fino a pochi secoli fa questi misteriosi animali erano classificati fra le piante. Anemoni, attinie, coralli, gorgonie e vermi che fioriscono.

 

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Testo © Giuseppe Mazza

 

Animali o piante ?

A prima vista le sgargianti “corolle” e i “rami fioriti” farebbero pensare a dei vegetali, e almeno fino agli inizi del ‘700, questa fu la posizione ufficiale della scienza.

Oggi si preferisce parlare di “Antozoi”, cioè di “animali fiori”, creature primitive, spesso molto diverse fra loro, che hanno in comune un corpo a forma di sacco con una sola apertura circondata da tentacoli urticanti.

Una bocca, che serve anche ad eliminarei residui della digestione, e attraverso cui transitano i prodotti sessuali.

Individui singoli, come gli anemoni di mare, o organizzati in colonie, come le madrepore e i coralli.

Oggi sappiamo che gli splendidi rami del Corallo rosso (Corallium rubrum) sono formati da un’insieme d’individui, detti “polipi”, uniti da una struttura scheletrica comune e collegati fra loro all’interno da una fitta serie di canali per lo scambio del cibo fra i membri della comunità.

I piccoli petali piumati, grandi anche 1 cm, sono in realtà dei tentacoli urticanti, cui spetta il compito di catturare lo zooplancton : microscopici crostacei, uova, vermetti, avannotti, e le particelle alimentari in sospensione che vagano trascinati dalle correnti. Come toccano un “fiore”, questo si contrae, e in pochi secondi scompare col boccone dentro il “ramo”. Poi, a digestione avvenuta, riescono a caccia, e il corallo è di nuovo in boccio.

Anche il modo di riprodursi del corallo fa pensare alle piante. Esistono rami femminili e rami maschili, dai cui fiori escono, a mo’ di polline, nuvole di un liquido fecondante, detto “latte di corallo”. Quando incontra i polipi femminili, nascono migliaia di larve natanti, che fissandosi alle rocce danno origine a nuove colonie.

Una specie tutta nostra, il Corallium rubrum, che vive solo nel Mediterraneo.

Cresce appena 3-4 mm all’anno, a testa in giù, sulle roccie profonde o sul soffitto delle grotte sommerse, fra i 10 e i 200 m di profondità, dove c’è poca luce, le acque sono limpide e le temperature costanti fra i 13° e i 16° C.

Non è una specie in pericolo. Sui fondali del promontorio di Portofino, si contano fino a 1.000 colonie a metro quadro, ma gli esemplari più belli, con ramificazioni di 30-40 cm, sono ormai un ricordo del passato, e per rifarli occorrono 100 anni.

Allo stesso gruppo degli Ottocoralli, gli Antozoi con polipi ad otto braccia, appartengono anche le Gorgonie (Paramuricea clavata), con strutture a ventaglio che possono superare anche il metro. A differenza del corallo, si sviluppano su un sol piano, perpendicolare alle correnti. A 20 m di profondità, dove predominano quelle verticali, sono quasi parallele alla superficie, mentre verso in 30 metri di profiondità, dove il flusso dell’acqua è orizzontale, sono dritte verso il cielo. Autentiche reti per plancton, catturano tutto quello che passa, nel bene e nel male; perché a volte le larve di spugne, conchiglie e parassiti vari vi si annidano causando poi la morte della colonia.

A prima vista in fondo al mare i rami sembrano blu; ma basta la luce di una torcia per svelare ai sub vivaci tinte rosso carminio con sfumature violette, o addirittura gialle e bicolori.

Si è notato che le popolazioni del centro e del nord Italia sono prevalentemente rosse, mentre più a sud le cime dei rami si fanno progressivamente gialle, ed all’imboccatura dello Stretto di Messina crescono solo colonie giallo limone o giallo arancio.

Anche se sono stati avvistati esemplari rossi con polipi bianchi, a differenza del corallo questi hanno lo stesso colore dei rami. Misurano 5-6 mm. Meno numerosi alla base, e fitti all’apice delle ramificazioni, che, come suggerisce il nome scientifico, assumono l’aspetto di piccole clave. Ma soprattutto la struttura dell’insieme è più elastica, e non si presta quindi ad essere lavorata.

Gli elementi scheletrici calcarei, detti “ scleriti “, non sono infatti fusi fra loro come nel corallo, ma disposti, a mo’ di bitorzoli, intorno agli alloggiamenti dei polipi, che vanno e vengono da una struttura carnosa comune, sorretta da uno scheletro corneo brunastro che annerisce all’aria.

Nella Mano di San Pietro (Alcyonium palmatum), gli scleriti sono invece dispersi in una struttura dilatabile, carnosa e tozza, con forme simili alle dita di una mano.

Cresce fra i 20 e i 200 metri di profondità, in acque fredde, dove la corrente è più forte, fissandosi con un largo piede alle rocce o ai sedimenti sabbiosi. Nel primo caso la colonia è rossa, rosa o giallo sporco, nel secondo è quasi sempre biancastra.

Può raggiungere i 30-40 cm, ed anche qui i polipi mostrano otto piccoli tentacoli. Catturano come sempre il plancton, portandolo all’interno della colonia, ma grazie a speciali “polipi pompe”, la comunità si gonfia e si sgonfia d’acqua più volte al giorno, raddoppiando o triplicando di volume.

Un processo impressionante, parallelo al normale dentro-fuori dei polipi, con funzioni respiratorie e nutrizionali.

Per un subaqueo la vista di queste colonie, riunite spesso a dozzine su un’area limitata, con i polipi bianchi protesi nel crepuscolo turchino del mare, è uno spettacolo davvero indimenticabile, quasi una magica fioritura sottomarina. Mentre a polipi retratti, non si notano quasi sul fondale.

Il processo può essere osservato bene solo in acquario.

Dapprima la colonia raggrinzita, con la superficie bitorzoluta, si distende, e la parete del corpo si delinea a vista d’occhio.

In trasparenza, se la luce è favorevole, è a volte possibile distinguere gli aghi calcarei che simulano lo scheletro di una mano ai raggi x. Poi, solo quando la colonia è dilatata al massimo, appaioni i puntini dei polipi che sbocciano con i loro tentacoli pennati. Data la profondità in cui vive, questo strano antozoo, capita a volte nelle reti a strascico.

E un tempo, quando lo si scopriva fra i pesci, faceva paura, tant’è che in molte regioni lo chiamano ancora Mano di morto o Mano degli impiccati. E dati i suoi presunti poteri magici, si era convinti che cotto ai ferri guarisse i malcapitati dal gozzo tiroideo.

Al gruppo degli Esacoralli, appartengono gli Antozoi con sei tentacoli o multipli di sei. Individui coloniali, o solisti di grandi dimensioni, come il nostro Pomodoro di mare (Actinia equina) o gli Anemoni di mare (Anemonia viridis) che ne contano anche 380.

D’un bel rosso fiamma, ma talora anche verde o marrone, l’ Actinia equina vive pigramente ancorata agli scogli. Può spostarsi, alla velocità di 15 cm al giorno, per raggiungere le zone più pescose, nei punti strategici di risacca e passaggio delle correnti, ma poi, se sta bene, non si muove per settimane.

Durante il giorno, o quando affiora con la bassa marea, assume, ritraendo i tentacoli, una forma quasi sferica. Si direbbe proprio un piccolo pomodoro, nato non si sa come sugli scogli, ma basta l’odore di un frammento di pesce o di un gamberetto, perché i tentacoli escano allo scoperto, e l’insolito frutto, largo 3-5 cm, si trasformi in un vistoso fiore grande anche il doppio.

È leggermente urticante per l’uomo, ma staccandola con delicatezza, dal piede, si può trasportare in un acquarietto marino dove vive per anni.

Nata com’è, per cuocere al sole nelle pozze di scogliera, tollera benissimo gli sbalzi termici e le temperature relativamente elevate delle abitazioni. Non richiede grandi cure : basta una vasca da 30 cm, con un piccolo filtro sotto sabbia, e un aeratore. L’acqua può essere raccolta in mare o fatta in casa con le polveri, e mano a mano che evapora, basta ripristinare il livello.

In natura i Pomodori di mare catturano anche piccoli pesci, che paralizzano con i loro dardi urticanti; in casa andrà benissino un frammento di gamberetto alla settimana. Come tocca un tentacolo, in pochi secondi tutti gli altri convergono verso la preda, spinta a viva forza verso il centro del fiore che si apre mostruosamente a mo’ di bocca. E ben nutrito, non è raro che col tempo, il vostro ospite si divida in due … una clonazione in piena regola che lo rende teoricamente immortale.

Ma in mare, con varie eccezioni, nel mondo delle attinie la generazione sessuale è la regola. I maschi emettono dalla bocca e dai tentacoli nuvole di spermazozoi. Le femmine li ingoiano, e la fecondazione avviene all’interno del sacco materno.

Si può quasi parlare di “ cura della prole ”, perché i piccoli non vengono gettati allo sbaraglio, ma espulsi molto tempo dopo, già autonomi, quando hanno formato una coroncina di 12 tentacoli, e grandicelli sono ormai abbastanza forti per la grande battaglia della vita.

Gli Anemoni di mare (Anemonia viridis) si differenziano dalle Attinie per non poter ritrarre i tentacoli urticanti, lunghi anche 20 cm e disposti regolarmente, intorno alla bocca, su sei file concentriche. Un effetto inquetante, che a valso a questi vistosi Antozoi anche il l’appellativo popolare, molto eloquente, di Capelli di serpe.

Hanno un piede mobile, largo fino a 30 cm, e si fissano agli scogli nelle acque superficiali, mai oltre i 25 m di profondità, perché le loro vistose braccia in movimento ospitano, all’interno, delle microscopiche alghe simbionti, le Zooxantelle, che come tutte le piante hanno bisogno di una certa luce per vivere.

Secondo la loro natura e concentrazione, gli Anemoni di mare, appaiono quindi grigio cerei o verdi, con l’apice dei tentacoli spesso cremisi o viola. Non si sa bene a cosa serva questa strana associazione nata milioni d’anni fa’ agli albori della vita; pare che le alghe approfittino dei gas carbonici emessi dall’animale, e che questo tragga vantaggi dall’ossigeno e dalle sintesi minerali prodotte da queste semplicissime piante.

Come la attinie anche gli anemoni posso riprodursi per scissione, ma il loro veleno è molto più forte : paralizza all’istante mollusci, crostacei e pesci relativamente grandi, e può essere pericoloso anche per i sub che s’addentrano senza muta nelle loro vaste formazioni.

Non esiste infatti un andidoto, e la reazione, comunque dolorosa e bruciante, è personale e imprevedibile, per non parlare dei rischi anafilattici. Chi è già stato colpito, anche debolmente in passato, può infatti avere crampi violenti, paralisi e problemi respiratori gravi, facilmente letali per chi è ancora in immersione.

Come per le meduse occorre lavare subito con acqua marina la parte colpita, per rimuovere gli eventuali filamenti urticanti ancora presenti, e nei casi più gravi può essere necessario l’aiuto di un medico.

Nell’attesa, possono essere utili impacchi d’ammoniaca, per contrastare il veleno, o una mezza cipolla, seguita da una fetta di pomodoro che rifresca e idrata la pelle.

Ma è nel fango, fin verso i 40 metri di profondità, che troviamo gli Antozoi più maestosi : i Cerianthus.

Il loro corpo, infossato per 20-90 cm, è protetto da un tubo della consistenza del cuoio da cui escono un centinaio di tentacoli retrattili, che ricadono sui lati, con grazia, come zampilli di una fontana.

Possono essere grigi o verdi, e in un esemplare largo appena 2 cm, coprono un cerchio con oltre mezzo metro di diametro.

In modo analogo, ancorate alle rocce o al fondo, vivono le Protula e gli Spirografi o Fiocchi di mare (Sabella spallanzanii), esseri curiosi, dall’aspetto pirotecnico, che però non appartengono al mondo degli Antozoi, ma quello più evoluto degli Anellidi.

Parenti stretti dei vermi, fanno parte del gruppo dei Policheti. Solo nel Mediterraneo, si contano oltre 800 specie, spesso molto diverse fra loro per forma, colore e strategie alimentari o riproduttive.

Alcune sono ermafrodite, ma in genere i sessi sono divisi, e anche qui non manca chi può fare a meno di un patner e si riproduce da solo per clonazione.

Tolte le due estremità, il corpo, cilindrico, è formato da numerosi segmenti, tutti uguali, con delle setole laterali. Il capo porta altre appendici con forma e funzioni diverse, per la cattura del cibo e alla ricezione degli stimoli ambientali.

Alcuni si cibano di detriti, altri sono predatori, con bocche dotate di uncini e denti chitinosi.

Quelli che vivono all’interno di tubi fissati al substrato, si nutrono catturando le particelle sospese con un apparato filtratore a ventaglio posto in prossimità della bocca.
Costruiscono involucri calcarei o membranacei, in cui l’animale corre su e giù, scomparendo al minimo segno di pericolo.

Ma anche se possiedono ciglia vibratili, per muovere l’acqua e filtrare il plancton, i loro vaporosi pennacchi sono branchie, e servono quindi principalmente alla respirazione.

La Protula, con una duplice corona di 5 cm, bianca con puntini rossi o giallo rossiccia, si direbbe una fiamma olimpica. E quando si ritrae nel tubo vi mette addirittura un coperchio, come certe conchiglie, per chiudere completamente la porta al mondo.

La troviamo identica, sempre in forma, poco sotto il livello delle maree o a 900 m di profondità nel buio più assoluto.

La riproduzione e l’insediamento delle larve avvengono durante l’estate, quando gli individui maturi espongono le loro uova rosse, avvolte in una capsula gelatinosa, attorno all’apertura del tubo.

La Sabella spallanzanii, piu grossa, non scende invece oltre i 60 m. Il suo corpo conta anche 300 anelli, e dal tubo flessibile, lungo anche 30 cm, può uscire in pochi secondi una corolla di 20-30 cm di diametro.

È formata da due lobi branchiali spiralati, uguali in gioventù, che poi si differenziano. Il più grande, sfoggia a mo’ di un pavone dei lunghi filamenti piumosi bruno-giallasti striati di bianco, viola e giallo oro. Quando è espanso le ciglia delle appendici laterali vibrano in continuazione, e determinano una corrente che cattura tutte le particelle alimentari in sospensione, che agglutinate da una sorta di muco finiscono elegantemente in bocca.

Molti animali marini sono “ epibionti “ si adattano cioè a vivere su altri esseri viventi per mancanza di spazio. Sembra incredibile, ma anche in fondo al mare la concorrenza è rude, e non è sempre facile trovare un alloggio.

È il caso della Margherita di mare (Parazoanthus axinellae) che cresce nella parte ombrosa delle rocce superficiali, e più giù, al buio, fino a 240 m di profondità.

Quando il posto cui ambisce è occupato da una spugna del genere Axinella non si fa tanti scrupoli, e vi si installa sopra con i suoi polipi carnosi giallo arancio che ben si fondono coi tessuti dell’ospite. Alti fino a 2 cm recano una trentina di tentacoli sottili, e appaiono riuniti alla base in colonie spesso gomito a gomito, relativamente estese.

I polipi non sono in grado di formarsi uno scheletro calcareo, e per supplire a questa mancanza incorporano crescendo nei tessuti quello che trovano nei dintorni : aculei di spugne, granelli di sabbia, gusci di foraminiferi e piccoli detriti. Tutto va bene, pur d’essere ben saldi, in prima fila, pronti a raccogliere il placton che viene incontro, danzando con le correnti.

Le Margherite di mare appartengono al gruppo dei Zoantari, Antozoi diffusi soprattutto nei mari caldi con circa 300 specie.

Esteriormente assomigliano spesso a delle piccole attinie, ma a differenza di queste non hanno un piede a disco, e non si possono spostare. In gioventù affondano l’estremità inferiore appuntita nel terreno o nell’ospite, che può essere anche un Tunicato del genere Microcosmus, e non si muovono più.

Anche la Leptosammia pruvoti fa il suo piccolo show subacqueo. Un animale non più largo di un centimetro ed alto due, che straripa con grazia geometrica dal suo guscio per mostrare una seducente corolla carnosa giallo-arancio. Appartiene al gruppo dei Coralli solitari; e lo  troviamo spesso accanto al corallo, nelle grotte o sulle pareti rocciose ombreggiate fra i 10 e i 50 m di profondità. Ma a differenza di quest’ultimo, che ha uno scheletro interno massiccio, si rifugia a riposo in uno scheletro esterno calcareo.

In genere non vive in gruppi numerosi, ma a volte, spinte dalle correnti, le giovani larve si fissano una accanto all’altra sul soffitto di una grotta, che illuminato da una torcia, si trasforma in un incredibile cielo stellato.

Come abbiamo visto in queste pagine, per lo più gli Antozoi hanno colori vistosi; ma non mancano specie che fanno di tutto per passare inosservate.

Così nel vasto gruppo delle attinie, accanto a quel smargiassone del Pomodoro di mare, troviamo la Bunodactis verrucosa, diffusa, ma abbastanza rara, in tutto il Mediterraneo e parte dell’Atlantico.

La sua livrea marrone-verdastra non da certo nell’occhio; e i suoi tentacoli, tinta su tinta, col contorno spezzato da puntini mimetici, si direbbe che fanno tutto il possibile per non svelarne il contorno; ma non ancora contento, questo antozoo prudente ha ornato la parte esterna del tronco d’innumerevoli tubercoli adesivi. Donde il nome di verrucoso.

Questi trattengono granelli di sabbia, piccoli frammenti di conchiglie, e tutto ciò che cade intorno con uno straordinario effetto mimetico fra le rocce e i fondali detritici in cui vive.

I subaquei, attenti e fortunati, potranno al più notare la corona dei tentacoli, mentre le riprese in acquario evidenziano bene la forma del corpo, più cilindrica del Pomodoro di mare in espansione, e le verruche indispensabili per l’identikit della specie.

Si perché d’attinie prudenti e modeste ce ne sono due : questa con 6 serie longitudinali regolari di protuberanze biancastre e 42 file di verruche, e la Bunodactis rubripunctata che di file di verruche, più o meno rosate, ne conta invece 48.

Al gruppo dei Ventagli di mare appartine la Gorgonia bianca (Eunicella singularis). Nota anche come Eunicella stricta, è comunissima in tutto il Mediterraneo, fra i 10 e i 30 metri di profondità.

I suoi rametti bianchi, alti al massimo 70 cm, crescono fronte alle correnti, a ventaglio, tutti sullo stesso piano, e dato che le colonie s’insediano per lo più parallele su roccie pianeggianti, si ha, a prima vista, l’impressione di trovarsi di fronte a piantagioni artificiali.

I polipi, molto piccoli anche quando sono espansi, passano spesso inosservati. Bianco bruni nelle acque superficiali, e verdognoli più in basso, per la presenza, come negli anemoni, di microscopice alghe simbionti.

Colpisce la semplicità e l’eleganza della struttura, con ramificazioni rettilinee, spesso a candelabro; ma soprattutto è la “ pianta del battesimo “ dei sub, quella della prima uscita in mare col maestro, in acque relativamente basse e luminose, facilmente accessibili.

In più ha tutte le carte in regola per trasformarsi in un souvenir; perché a differenza delle altre gorgonie, che anneriscono o si sbriciolano esposte all’aria, mantiene intatta, essicata, la sua candida corteccia.

Le Madrepore appartengono come le attinie e gli anemoni di mare al gruppo degli Esacoralli, ma a differenza di questi costruiscono degli scheletri calcarei, che servono da rifugio ai polipi.

Quando vivono in colonie numerose, come ai tropici, a furia di fissare il carbonato di calcio nelle loro fortezze subacquee, costruiscono un po’ alla volta, nei millenni, i “ reef “, gli atolli, e alla fine vere e proprie isole.

Alcune specie sono emafrodite, altre coi sessi separati. Le larve si sviluppano, come nel Pomodoro di mare, nel sacco materno e vengono espulse natanti. Si muovono alla velocità di 14 cm al minuto, come tante piccole meduse.

La differenza anatomica in fondo non è grande, perché a guardar bene la medusa non è altro che un polipo capovolto. Vagano per 1-8 settimane alla ricerca del posto adatto, e poi, con una piroetta, si fissano a testa in giù sul fondo per la vita sedentaria definitiva.

Parallelamente molte specie di moltiplicano su vasta scala per gemmazione, con figli che spuntano come funghi a migliaia dall’interno o dall’esterno dei tentacoli.

2500 specie con varie strategie di sopravvivenza. Niente da stupirsi quindi che, in barba alle temperature basse ed alla mancanza di luce, alcune abbiano colonizzato anche il Mediterraneo.

Da noi le formazioni coralline sono relativamente modeste, ma si contano varie forme costiere, localizzate fra i 30 e i 100 metri di profondità, e specie abissali che raggiungono anche i 2.500 m.

Si nutrono tutte di plancton. Generalmente stanno chiuse di giorno e sbocciano la notte : polipi traparenti, verdi, gialli e rossi, isolati a mo’ di stella, o riuniti in colonie ramificate, come la Dendrophyllia ramea, o a cuscinetti, come la Cladocora cespitosa e l’Astroides calycularis.

Questa spettacolare madrepora giallo-arancio, è già una specie d’acque calde, e la troviamo infatti solo nella parte meridionale del Mediterraneo, sulle pareti ombreggiate o nelle grotte.

Le Penne di mare comprendono oltre 300 specie che ricordano un po’ gli alberi di Natale.

Appartengono all’ordine deo Pennatulari, gli Ottocoralli più primitivi. Le loro colonie non sono saldate a una base, ma infisse in un fondo molle, e vanno a spasso gonfiandosi e sgonfiandosi periodicamente, un po’ come la Mano di San Pietro.

Lo scheletro assile si riduce a un semplice stilo corneo limitato al terzo inferiore del corpo; e si distinguono chiaramente in due parti : un gambo nudo, e la “ penna “ ricoperta da piccoli polipi, disposti singolarmente o a ciuffetti.

Su un individuo come il nostro Pteroides griseum, che varia fra i 10 e i 30 cm secondo il rigonfiamento, se ne contano anche 40.000.

Tutti i Pennatolari hanno i sessi separati. Esistono colonie maschio e colonie femmina, in genere molto più numerose.

Le larve natanti fanno la piroetta, si fissano al suolo, e costruiscono in breve un polipo cilindrico, la cui base diventa il peduncolo.

Poi sui lati sboccia un gran numero di polipi secondari, che rimpiazzano in genere il principale nella funzione alimentare, e si danno subito un gran daffare per assorbire ed espellere l’acqua.

Alcune specie, come la Pennatula fosforea (Pennatula phosphorea) emettono, specialmente di notte, una forte luce verde-blu. Secernono un muco che si accende in seguito a stimoli tattili o forse chimici. A partire dal punto stimolato la colonia progressivamente s’illumina, e allora anche in fondo al mare è veramente Natale.

 

 GARDENIA + SCIENZA & VITA NUOVA – 1984