Adiantum capillus-veneris

Famiglia : Pteridaceae

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Testo © Eugenio Zanotti

 

L’Adiantum capillus-veneris è l’unica felce europea appartenente a questo genere. Cresce sulle rocce umide, soprattutto calcaree, grotte, vecchi muri, sorgenti e bordi di fontanili, incurante dell’acqua © Giuseppe Mazza

L’Adiantum capillus-veneris è l’unica felce europea appartenente a questo genere. Cresce sulle rocce umide, soprattutto calcaree, grotte, vecchi muri, sorgenti e bordi di fontanili, incurante dell’acqua © Giuseppe Mazza

Le piante terrestri con dominanza dello sporofito sul gametofito, provviste di tessuti vascolari e che si riproducono mediante spore sono denominate Crittogame vascolari dette anche Pteridofite (Pteridophyta, dal greco πτερίς “pteris” che vuol dire felce).

Rappresentano una tappa fondamentale dell’evoluzione dei vegetali essendo piante di origine antichissima apparse nel Devoniano inferiore e divenute dominanti alla fine del Mesozoico.

La divisione tassonomica Pteridophyta, tradizionalmente costituita da felci, licopodi ed equiseti, secondo studi tassonomici moderni non è ritenuta valida perché questi taxa non sono legati da rapporti filogenetici diretti.

Adiantum capillus-veneris L. 1753, ben noto come Capelvenere o Capelvenere comune, appartiene alla grande famiglia Pteridaceae costituita da oltre 50 generi e il genere Adiantum è costituito da circa 250 specie di felci originarie per lo più delle regioni calde, in massima parte del continente americano, altre delle regioni temperate.

Il Capelvenere è l’unica specie presente allo stato spontaneo in Europa, elegantissima e delicata felce presente in varie regioni come l’Europa meridionale, le coste atlantiche lambite dalla Corrente del Golfo fino all’Irlanda.

È presente nelle regioni delle valli alpine meridionali e in tutta la fascia tropicale dell’Eurasia, dell’Africa e del Centro e Sud America e Australia.

In Europa è segnalato anche Adiantum hispidum (nativo delle zone tropicali e Australia subtropicale, naturalizzato nelle Azzorre) e Adiantum raddianum (del Sudamerica orientale) coltivato per ornamento e talora inselvatichito.

Il nome generico ha origine dal termine greco “adíanton”, formato da “a”, senza, e “diáino”, io bagno, ovvero “non mi bagno” riferito alle foglie che immerse ed estratte dall’acqua non si bagnano (idrorepellenti).  Il nome specifico sta per capello, “capìllus” e dal genitivo “Venus”, Venere, poiché essa, secondo la mitologia romana, quando uscì dal mare aveva i capelli asciutti.

Sono piante terrestri o epilitiche, alte 10–40 (50) cm con rizomi striscianti, slanciati, con squame marroni, dense, lanceolate e con margini interi.

Nei giovani rizomi si trova una sifonostele anfifloica (il floema è su entrambi i lati dello xilema), mentre nei più vecchi si ha il tipico «tubo vascolare forato» (dictiostele) proprio della maggioranza delle felci, per la presenza delle tracce fogliari. Dai rizomi si sviluppano radici avventizie ciascuna differenziata in epidermide, corteccia e cilindro vascolare centrale. L’epidermide è lo strato più esterno e porta peli radicali unicellulari.

Le foglie, idrorepellenti, non si bagnano, come i capelli di Venere quando uscì dal mare

Le foglie, idrorepellenti, non si bagnano, come i capelli di Venere quando uscì dal mare © Giuseppe Mazza

La corteccia è suddivisa in un ampio strato esterno parenchimatico ed un sottile interno sclerenchimatico.

Il cilindro centrale è formato da una stele semplice, diarca con xilema al centro e con floema su entrambi i lati.

Le fronde, lunghe fino a 60 cm, sono lasse o ravvicinate sul rachide che di norma è leggermente a zigzag, color castano-nero, lucido, slanciato, e con la base ricoperta dalle stesse squame del rizoma, ma distalmente glabro.

La lamina è prevalentemente 2-pennata in basso, 1-pennata in alto, ovato-triangolare, 6-25 × 8-16 cm, e con base cuneata e apice acuto.

Le pinne sono 3-5 per lato, obliquamente ascendenti, con picciolo fino a 15 mm, dello stesso colore del rachide.

La coppia basale di pinne ha un profilo strettamente ovato, 3-9 × 2,5-4 cm, e apice ottuso.

Le pinne dalla seconda coppia verso l’alto sono simili ma progressivamente più piccole.

Le pinne sono ripartite in pinnule, in numero di 2-4 paia per pinna, alterne, obliquamente ascendenti con gambo castano-nero, 1-2 mm, sottile.

La lamina, nella coppia basale, è leggermente più grande, 12-20 × 10-15 mm, di consistenza piuttosto tenera (erbacea), verde o marrone-verde scuro, con entrambe le superfici glabre, e base cuneata, lati interi, margine superiore arrotondato, 2-4 lobati o divisi in segmenti ramosi.

Le pinnule contengono cellule con cloroplasti e gli stomi sono solo nell’epidermide inferiore. Il mesofillo non è differenziato in palizzata e lacunoso.

Il fascio vascolare è circondato da una guaina sclerenchimatica.

Le pinnule sterili hanno apice ottuso, con denti marginali largamente triangolari quelle fertili con apice troncato, piatte o leggermente depresse, intere o con denti. Le nervature, visibili su entrambe le pagine, sono biforcute e raggiungono i margini.

I sori sono 3–10 per pinnula e sono sugli apici dei lobi del margine superiore con pseudo indusio color verde giallastro da giovane in seguito brunastro, strettamente reniformi od orbicolare-reniformi, membranosi con margini superiori piatti e diritti, interi, persistenti.

A maturità la pianta, che è uno sporofito, produce spore finemente granulose sulla superficie che misurano per lo più 40-50 µm di diametro. La sporificazione avviene pressoché tutto l’anno ma di norma è concentrata da giugno ad agosto.

Le spore sono prodotte negli sporangi all’interno dei sori.

La sporificazione avviene quasi tutto l’anno, per lo più fra giugno ed agosto

La sporificazione avviene quasi tutto l’anno, per lo più fra giugno ed agosto © Giuseppe Mazza

Lo sporangio deriva da una singola cellula (leptosporangio) ed è formato da un’asse multicellulare e una capsula, sferica o ellittica, al cui interno si formano, per meiosi, numerose spore aploidi.

La capsula ha la parete a forma di anello con una parte spessa e una sottile. A maturità la parete sottile si rompe e per esplosione sono rilasciate le spore.

Le spore cadute nel terreno germinano e subiscono ripetute divisioni formando il protallo che è piatto, verde e a forma di cuore. Il protallo è monoico e rappresenta la generazione gametofitica. Nella pagina inferiore del protallo si formano gli organi sessuali maschili (anteridi) e femminili (archegoni).

Dagli anteridi si liberano i gameti multiflagellati (anterozoidi) che nuotano nell’acqua e raggiungono l’oosfera all’interno dell’archegonio per compiere la fecondazione dando origine allo zigote (2n) che rappresenta la prima cellula della generazione sporofitica.

Lo zigote si sviluppa in embrione, che si nutre a spese del protallo, cui rimane attaccato mediante un piede e dopo si differenzia nella pianta adulta (sporofito) che produrrà le spore per ricominciare il ciclo che è aplodiplonte.

Il numero cromosomico aploide è n=30, quello diploide 2n = 60.

Adiantum capillus-veneris è una specie ombrofila, igrofila e termofila che cresce sulle rocce stillicidiose, rupi umide soprattutto calcaree, marne e arenarie, pozzi, grotte, sorgenti, vecchi muri, bordi di fontanili, fossati e loro ponti, dal piano fino a 1500 metri di quota ma nelle zone tropicali asiatiche può arrivare fino a 2800 m.

Scriveva in proposito la Maestra Pierina Boranga in uno dei volumetti della splendida collana “La natura e il fanciullo” (1951):

“Predilige la posizione che gli consente di godere qualche tenue sprazzo di sole, ma spesso vive bene anche in quella blanda luce verdastra dei muri in ombra e delle grotte umide. Non importa se i suoi rametti e le piccole e graziose foglie a ventaglio, sorrette da esili picciuoli lucidi e neri, sottili come capelli, dovranno sempre stare in movimento sotto lo stillicidio delle gocce. I peduncoletti, anche se sottili, sono resistenti ed elastici e le foglioline hanno la proprietà di non bagnarsi. Anzi, il continuo movimento aggiunge grazia a queste eleganti piccole fronde molli, che ingentilicono le pietre, dando ai luoghi una nota di arcadica bellezza”.

Fin dall’antichità questa felce non passò inosservata, anzi, data la predilezione per i luoghi poco luminosi, fu consacrata a Plutone. Teocrito raccontò che insieme ad altre piante cresceva presso la fonte dove uno degli Argonauti prese l’acqua per la sua nave.

Dalle spore cadute al suolo nascono piante effimere, i protalli, a forma di cuore. Sulla pagina inferiore si formano i gameti maschili flagellati e le cellule uovo. Il velo d’acqua che li circonda rende possibile la fecondazione e la nascita delle piante definitive. Nell’ingrandimento si notano alcuni protalli e gli sporofiti ancora in fase giovanile © Mazza

Le fronde del Capelvenere, che vanno raccolte in estate, contengono diversi principi attivi, responsabili anche delle sue proprietà benefiche. Si tratta di fenoli, quali l’adiantone, mucillaggini, triterpenoidi, tannini, esteri solforati dell’acido idrossicinnamico, gomme, zuccheri, oli essenziali e acidi aliciclici. L’olio essenziale che conferisce alle preparazioni, soprattutto infusi sciroppi e tinture, ha proprietà antinfiammatorie, aromatiche, galattogoghe, astringenti, fluidificanti biliari, decongestionanti, diaforetiche, emollienti, espettoranti, digestive, ecc.

Il Capelvenere è efficace per regolare le mestruazioni, la dismenorrea e facilitare il parto. Nella medicina popolare si utilizza anche per la gestione di varie malattie come foruncoli, diabete, insufficienza urinaria ed epatite. È consigliato anche nelle varie affezioni delle vie respiratorie come fluidificante e lenitivo, negli abbassamenti di voce (il grande tenore Caruso, come altri grandi cantanti, faceva un gargarismo con infusi di capelvenere prima di entrare in scena), nelle digestioni difficili, come depurativo del sangue, antiemorragico interno e utile per ridurre lo stimolo di bere alcoolici e di fumare.

Stadio successivo con le piantine in crescita e i protalli (gametofiti), che li hanno generati, in degenerazione © Giuseppe Mazza.

Studi fitochimici sull’intera pianta hanno portato all’isolamento e all’identificazione della struttura di molti composti come triterpenoidi, flavonoidi, fenilpropanoidi, oleanani aliciclici e carotenoidi. Le fronde sono state studiate farmacologicamente per varie attività come attività antibatteriche, anti-iperglicemizzanti, ipoglicemizzanti, antivirali ecc. e tutte queste sostanze possono essere utilizzate per creare nuovi farmaci.

La medicina tradizionale, per le bronchiti e tossi secche, consiglia un cucchiaino di fronde fresche in una tazza di acqua calda, dopo filtraggio e aggiunta di un po’ di miele, in misura di 2-3 tazze al giorno. Se si aggiunge the nero e latte si ottiene una gustosa tisana nota come “bavarese”.

Per i bambini con bronchiti e tossi secche si possono dare due cucchiai tre volte al giorno di uno sciroppo ottenuto con 640 g di zucchero aggiunti a un’infusione già filtrata, preparata con 340 grammi d’acqua e 20 g di fronde fresche.

Dopo 25 giorni le piantine hanno questo aspetto. A destra una fronda con lamine in formazione su un lungo picciolo di colore scuro © Giuseppe Mazza

Per uso esterno il decotto di Capelvenere ha un’azione stimolante sui follicoli piliferi ed è utile quindi a contrastare la forfora e la caduta dei capelli. Ancora una conferma della dottrina delle segnature? La credenza secondo cui il buon Dio aveva messo una traccia nell’aspetto e le caratteristiche delle piante per indicare agli uomini a cosa servivano. Così il Salice (Salix alba), che cresce con i piedi nell’acqua, curava le malattie da raffreddamento, i frutti del Noce (Juglans regia), per la loro forma, il cervello e la Polmonaria (Pulmonaria officinalis), per il disegni sulle foglie, i polmoni. In passato il capelvenere entrava anche in complicate preparazioni destinate alla cura di paralisi, tremori, melanconie, come nella vecchissima Opopyra dei Santi Cosma e Damiano, e di Mesuè.

Per l’elegante bellezza questa felce, con altre sue congeneri esotiche (Adiantum caudatum, Adiantum rubellum, Adiantum pedatum, Adiantum venustum, ecc.), è largamente coltivata soprattutto come pianta da interni; è però una specie delicata ed esigente che richiede luce diffusa e non ama i raggi diretti del sole né le correnti d’aria fredda; la temperatura ideale per la sua coltivazione è di 14-18 °C.

Dopo circa 100 giorni dalla messa a dimora delle spore, le piantine hanno le fronde ben differenziate pronte per la formazione delle spore per ricominciare il ciclo © G. Mazza

Il substrato deve essere costituito da terreno neutro di bosco o leggermente calcareo, arricchito di torba, ben drenato e non troppo ricco di nutrienti; le innaffiature dovranno essere frequenti ma non abbondanti nei mesi caldi e andranno ridotte nel periodo invernale. Il Capelvenere si riproduce per suddivisione di cespi in marzo-aprile oppure per spore, in particolare nei vivai, per ottenere un gran numero di piante.

Sinonimi: Adiantum coriandrifolium Lam. (1779); Adantum fontanum Salisb. (1796); Adiantum capillus Sw. (1801);Adiantum formosum R. Br. (1810); Adiantum africanum R. Br. (1818); Adiantum schaffneri E. Fourn. (1880); Adiantum pseudocapillus Fée (1850-1852); Adiantum paradiseae Baker (1889); Adiantum capillus-veneris var. fissum Christ (1900); Adiantum modestum Underw. (1901); Adiantum michelii Christ (1910); Adiantum remyanum Esp. Bustos (1936);Adiantum capillus-veneris var. laciniatum Christ ex Tardieu & C. Chr. (1940); Adiantum capillus-veneris fo. rimicola(Sloss.) (1950); Adiantum capillus-veneris var. modestum (Underw.) Fernald (1950); Adiantum capillus-veneris var.protrusum Fernald (1950); Adiantum capillus-veneris fo. dissectum (M. Martens & Galeotti) Ching (1957); Adiantum capillus-veneris fo. fissum (Christ) Ching (1957).

 

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