Primates


Testo © Prof. Angelo Messina

 

Lo Scimpanzé (Pan troglodites) è talmente affine all’uomo da spingere alcuni scienziati a sostenere che la specie umana, classificata da Linneo come Homo sapiens nel lontano 1758, andrebbe oggi riclassificata Pan sapiens

Lo Scimpanzé (Pan troglodites) è talmente affine all’uomo da spingere alcuni scienziati a sostenere che la specie umana, classificata da Linneo come Homo sapiens nel lontano 1758, andrebbe oggi riclassificata Pan sapiens © Giuseppe Mazza

I Primati costituiscono un ordine della classe dei Mammiferi Euteri (Mammalia Eutheria) nei quali lo sviluppo delle facoltà psichiche e capacità di manipolazione ha raggiunto i più alti livelli conosciuti nel mondo animale.

Per tale motivo, tradizionalmente essi vengono posti all’apice della scala evolutiva degli animali, da cui il nome scientifico di Primates, dal latino “primus” (migliore).

In verità, quello dei Primati è un ordine alquanto complesso e per certi versi ancora controverso, soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda la sua posizione sistematica.

Infatti, parecchi studiosi attribuiscono invece agli Ungulati il massimo grado di evoluzione e collocano i Primati molto più in basso nella scala evolutiva, subito dopo gli ordini degli Insettivori e dei Chirotteri.

In questa visione filogenetica, le tupaie, che alcuni autori ritengono tra i Primati più primitivi, alla luce di nuovi dati sulla riproduzione e sullo sviluppo embrionale vengono invece ascritte da altri studiosi ad un ordine a sé stante, quello degli Scandenti.

Comunque, a prescindere dei dubbi di collocamento sistematico, rimane il fatto che dal punto di vista morfologico, i Primati costituiscono un ordine estremamente polimorfo al quale, oltre alle menzionate tupaie, vengono tradizionalmente ascritte forme molto note come, Lemuri, Proscimmie e Scimmie.

Biologicamente vi appartiene anche il genere Homo, attualmente rappresentato da una sola specie vivente Homo sapiens (Linneo, 1758) alla quale anche noi apparteniamo. Come sarà detto in seguito, anche per il genere Homo ci sono diversi pareri.

I Primati comprendono poco meno di 200 specie di dimensioni molto varie che oscillano tra quelle del minuscolo Lemure della foresta di Kirindy in Madagascar, il Microcebo pigmeo, Microcebus myoxinus (Peters, 1852), che con l’altezza di appena 9 cm per 30 g di peso è il più piccolo tra i Mammiferi, a quelle del Gorilla dell’Africa, Gorilla gorilla (Savage e Wyman 1847), che può raggiungere, ed anche superare, i 180 cm di altezza e pesare mediamente 150-180 kg.

Alto appena 9 cm con 30 g di peso, il Microcebo di Peters o Lemure topo (Microcebus myoxinus) è il più piccolo dei Primati

Alto appena 9 cm con 30 g di peso, il Microcebo di Peters o Lemure topo (Microcebus myoxinus) è il più piccolo dei Primati © Otto Maderdonner

È da tenere presente che tra queste forme estreme dell’ordine esistono differenze morfologiche talmente accentuate che in pratica rendono impossibile la formulazione di un criterio unico per caratterizzare l’intero gruppo. Come già accennato, tra tutti, le Tupaie si scostano dagli altri Primati in maniera notevole e vengono inserite in quest’ordine unicamente in considerazione della loro presunta origine e per alcune peculiarità strutturali del cranio. In definitiva, l’unica caratteristica che accomuna con certezza tutte le specie di Primati è proprio il loro adattamento alla vita sugli alberi.

Caratteri distintivi

In linea generale, le caratteristiche morfologiche, anatomiche e comportamentali essenziali che accomunano i Primati possono essere riassunte come segue.

Alto anche 180 cm e 180 kg di peso, il Gorilla (Gorilla gorilla) è il più grande

Alto anche 180 cm e 180 kg di peso, il Gorilla (Gorilla gorilla) è il più grande © Giuseppe Mazza

Sono Mammiferi placentati, plantigradi e pentadattili, con pollice ed alluce quasi sempre opponibili, da cui anche il termine di quadrumani.

La clavicola è sempre presente e nell’avambraccio ulna e radio non sono uniti e permettono ampi movimenti di pronazione e di supinazione.

Il corpo è perlopiù ricoperto da un mantello folto e compatto, ad eccezione della specie umana dove è molto ridotto.

La coda è presente nella maggior parte delle specie ed ha sviluppo e forma varia; svolge principalmente funzioni di equilibrio durante i movimenti sugli alberi, alle quali in alcune specie, come in quelle della famiglia dei Cebidi, si associa la capacità di prensilità.

Pochi componenti dell’ordine, come i rappresentanti degli Ilobatidi (Gibboni, Siamango) e degli Ominidi (Gorilla, Orango, Scimpanzé ) mancano di coda; anche l’uomo, assieme alle specie congeneri estinte, ne è sprovvisto ma conserva nel coccige il residuo vestigiale della coda degli antenati dai quali ha tratto origine.

Le ghiandole mammarie sono generalmente un paio e sono situate nella regione pettorale; fanno eccezione le Proscimmie con la famiglia dei Daubentonidi in cui le mammelle sono poste in posizione inguinale e con quella dei Galagididi che sono provvisti di 3 paia di ghiandole mammarie poste in posizione pettorale ed inguinale.

I genitali esterni delle femmine, presentano diverse particolarità generiche e persino specifiche, ma è sempre presente il clitoride; questo, in molte Proscimmie ed in alcune Scimmie racchiude nella sua estremità un osso penieno, semplice o bifido.

L’utero è semplice o bicorne. In qualche specie, come nella Proscimmia Galago senegalensis (E. Géoffroy, 1796), le femmine hanno l’apertura vaginale che rimane chiusa per lunghi periodi, impedendo quindi l’accoppiamento.

Nei maschi, a differenza della gran parte dei Mammiferi, il pene non è unito alla parete addominale e pende all’esterno, generalmente davanti ai testicoli che sono extraddominali e contenuti in una sacca, lo scroto; fanno eccezione diverse Proscimmie, gli Uistitì (Callithrix) ed alcuni Gibboni (Hylobates) in cui il pene è invece posto posteriormente allo scroto. In alcune specie di Lemuridi, i testicoli subiscono cambiamenti marcati nelle dimensioni in rapporto con il periodo degli amori.

Come nella maggior parte dei mammiferi placentati, il pene di quasi tutti i Primati è provvisto nella sua porzione distale del cosiddetto osso penieno, variamente sviluppato, rudimentale nelle grandi scimmie, come il Gorilla, o mancante come nell’Uomo.

La dentatura non è specializzata e comprende tutti i tipi di denti. Fondamentalmente è costituita di 32-36 elementi con 2 incisivi. I canini sono talora imponenti

La dentatura non è specializzata e comprende tutti i tipi di denti. Fondamentalmente è costituita di 32-36 elementi con 2 incisivi. I canini sono talora imponenti © Benny ng

La dentatura non è specializzata e comprende tutti i tipi di denti; essa è fondamentalmente costituita di 32-36 elementi, con gli incisivi in numero non superiore a 2, e con i molari caratterizzati da 4 -5 tubercoli; la Proscimmia Aye-aye (Daubentonia madagascariensis Gmelin, 1788) si caratterizza per avere solo 2 incisivi nell’arcata superiore e 2 in quella inferiore, larghi e piatti, molto robusti e a crescita continua.

L’apparato digerente è strutturato ad un regime alimentare onnivoro, frugivoro o fitofago; in relazione alla dieta in prevalenza costituita da sostanze vegetali, l’intestino cieco è piuttosto lungo.

È interessante notare come, accanto a caratteri rappresentativi di grande sviluppo evolutivo, nei Primati ne persistano altri di indubbia primitività. Tra questi ultimi, vanno ricordati in particolare la clavicola e gli arti pentadattili, caratteristiche queste presenti anche nell’uomo.

Le scimmie sono animali fondamentalmente arboricoli. Qui un gruppo di Pygathrix nemaeus mentre si nutre di fiori e foglie

Le scimmie sono animali fondamentalmente arboricoli. Qui un gruppo di Pygathrix nemaeus mentre si nutre di fiori e foglie © Sheau Torng Lim

Non va dimenticato che nessuna specie dell’ordine, neanche l’uomo, possiede in blocco tutti i caratteri esposti, però in ognuna di esse esistono almeno delle potenzialità in tal senso.

Adattamenti

Dal punto di vista comportamentale, preliminarmente va notato come ad eccezione delle Tupaie, tutti gli altri Primati siano capaci di arrampicarsi sugli alberi avvinghiandosi al tronco e ai rami con le mani e coi piedi.

In verità, tale capacità si riscontra anche in altri Mammiferi però nei Primati raggiunge le espressioni più caratterizzanti, assumendo una grande importanza filogenetica.

La coda è prensile solo in alcune specie del continente americano. Ateles geoffroyi ha così qui le mani libere per raccogliere la frutta di cui è ghiotto

La coda è prensile solo in alcune specie del continente americano. Ateles geoffroyi ha così qui le mani libere per raccogliere la frutta di cui è ghiotto © Tony-tickspics.com

In ogni caso, è fuor di dubbio che il fattore biologico fondamentale che ha segnato il percorso evolutivo, l’anatomia e la vita stessa dei Primati vada individuato proprio nel loro adattamento alla vita sugli alberi che con essi ha conseguito i livelli di massima specializzazione tra tutti i Mammiferi.

Infatti, pur nella loro grande varietà di forme, l’adattamento all’ambiente arboricolo dei Primati è legato alla caratteristica comune di avere arti più flessibili, con mani e spesso anche piedi dotati di spiccate capacità prensili, ad eccezione dell’uomo in cui solo il pollice è dotato di prensilità, e con le dita in cui gli artigli si sono trasformati in unghie. In tutti i Primati le clavicole sono sempre presenti e ben sviluppate e la loro presenza, unitamente alla pentadattilia, rappresentano chiaramente elementi di primitività.

In ogni caso, è proprio la vita sugli alberi, con le molteplici diversità strutturali e comportamentali connesse ad un simile adattamento, che ha rappresentato il fattore principale e determinante della mirabile evoluzione di questo ordine di Mammiferi.

Qui la folta coda del Colobus guereza africano è diventata invece un importante bilanciere e paracadute per salti acrobatici fra i rami

Qui la folta coda del Colobus guereza africano è diventata invece un importante bilanciere e paracadute per salti acrobatici fra i rami © Charles G. Summers, Jr

Comunque, a prescindere dai diversi livelli evolutivi conseguiti dai vari gruppi sistematici in cui vengono suddivisi, tutti i Primati hanno mantenuto la caratteristica primitiva di arrampicarsi sul tronco degli alberi e di muoversi e saltare da un ramo all’altro aggrappandosi con le mani e con i piedi. Tale caratteristica viene conservata in ogni caso; sia quando schizzano veloci attraverso i rami durante la notte, come fanno i Microcebi, oppure volteggiano come i Gibboni, o procedono lentamente come i Lori, o compiono balzi e salti come i Galagoni e i Tarsi.

È pur vero che non tutti i Primati sono rimasti a vivere sugli alberi. Poche specie, tra cui l’uomo, a seguito di un adattamento evolutivo secondario, hanno abbandonato l’ambiente arboricolo e sono passati a condurre vita terricola; in questo, per loro nuovo ambiente, alcune di queste specie hanno assunto una posizione quadrupede e procedono carponi sul terreno come un gatto o un cane, altre invece hanno acquisito uno stato eretto bipede e camminano solo sulle zampe, come le Scimmie della famiglia degli Ominidi, come Gorilla e Oranghi e persino l’Uomo.

Erythrocebus patas in posizione eretta per guardarsi intorno, ma poi corre a quattro zampe alla velocità un leopardo

Erythrocebus patas in posizione eretta per guardarsi intorno, ma poi corre a quattro zampe alla velocità un leopardo © Bruno Conjeaud

Ma, anche queste specie che abitualmente conducono vita sul terreno, sia quelle che mantengono ancora una posizione quadrupede, come i Catta, i Babbuini, e taluni Macachi, sia quelle che hanno acquisito una posizione bipede, come i Gibboni, gli Oranghi e i Gorilla, salgono sugli alberi avvinghiandosi al tronco e ai rami con le mani; anche gli uomini, pur avendo pienamente conseguito la stazione eretta ed essersi completamente affrancati dalla vita arboricola, si arrampicano sugli alberi allo stesso modo di tutti gli altri Primati.

Questa capacità costituisce la caratteristica fondamentale comune a tutti i rappresentanti dell’ordine; infatti, in ogni caso i Primati si caratterizzano per essere innanzitutto animali arboricoli o che comunque mantengono ancora evidenti acquisizioni legate a quell’ambiente.

I Primati nascono, si sviluppano e prosperano sugli alberi, ove hanno conseguito capacità che ne hanno fatto gli incontrastati signori degli alberi.

E seppur tra la specie viventi dei Primati soltanto l’Uomo ha abbandonato del tutto quell’ambiente, va ricordato che egli in ogni caso ha ereditato dai suoi progenitori e mantenuto le principali caratteristiche collegate alla loro vita sugli alberi.

Infatti, anche se si è affermata come specie completamente terricola, come tutti i componenti dell’ordine, Homo sapiens conserva ancora le tracce dell’antico adattamento dei suoi antenati alla vita sugli alberi nelle mani prensili, nelle unghie delle dita e nella struttura dei denti; ed ancora nella visione stereoscopica (tridimensionale), nel ridotto senso dell’olfatto, nella presenza di un cervello di cospicue dimensioni, ed in molti altri particolari.

In definitiva, anche le specie del genere Homo possono essere considerate come un prodotto che trae le proprie origini dalla vita sugli alberi.

Organi di senso

Per tutti i Primati risultano fondamentali e determinanti per la loro evoluzione le modificazioni che hanno primariamente interessato in primo luogo gli organi di senso, olfattivo e visivo, in concomitanza con la loro vita arboricola e con il progressivo passaggio da abitudini notturne a diurne. Va tenuto presente che proprio la vita sugli alberi, se da una parte ha consentito la progressiva riduzione del ruolo dell’olfatto come fonte principale di informazione sensoriale, in conseguenza del fatto che le tracce odorose sono di breve durata e facilmente interrompibili in questo tipo di ambiente, dall’altra ha selezionato acquisizioni che favorivano il miglioramento della funzione visiva e della percezione della distanza, requisiti indispensabili per gli spostamenti tra gli alberi che spesso avvenivano a notevole altezza dal suolo.

La posizione frontale degli occhi che consente una visione stereoscopica è una conquista importante dei Primati. Qui un Chlorocebus pygerythrus

La posizione frontale degli occhi che consente una visione stereoscopica è una conquista importante dei Primati. Qui un Chlorocebus pygerythrus © Rafi Amar

Da parte loro, in concomitanza con la progressiva crescita dell’importanza del senso della vista, gli occhi hanno subito uno spostamento in una posizione anteriore, abbandonando quella laterale tipica di molti altri Mammiferi; ciò ha determinato l’acquisizione della capacità di coprire campi visivi sovrapposti (visione stereoscopica).

Tale facoltà, che è di grande importanza soprattutto in relazione alla vita arboricola, è stata ulteriormente potenziata, con la percezione del colore che raggiunge il massimo della specializzazione in questi animali.

Ad eccezione delle Proscimmie nelle quali è assente, in rapporto alle loro abitudini principalmente notturne, I Primati sono tra i pochi Vertebrati a possedere la visione a colori. La membrana nittitante è rappresentata da una piccola plica all’angolo interno degli occhi, residuo vestigiale della cosiddetta terza palpebra trasparente che è ben sviluppata negli altri vertebrati, quali pesci anfibi, rettili ed uccelli.

È solo un macaco (Macaca silenus) ma le sue dita hanno già un’impronta digitale distintiva, e pensa

È solo un macaco (Macaca silenus) ma le sue dita hanno già un’impronta digitale distintiva, e pensa © G. Mazza

Struttura ossea

Le cavità orbitali, tipicamente grandi e variamente rivolte in avanti, sono delimitate da ossa; con l’eccezione di qualche forma fossile, sono configurate ad anello completo e pienamente separate dalla retrostante fossa temporale.

A sua volta, anche la struttura facciale è stata interessata da modificazioni progressive man mano che gli occhi diventavano più prominenti ed il muso proporzionalmente più piccolo.

Arti

Altra importante acquisizione che ha contribuito in maniera determinante ad orientare il percorso evolutivo di questo gruppo è rappresentata dalla progressiva emancipazione degli arti anteriori dalla funzione della locomozione a quattro zampe: ciò ha favorito l’importante sviluppo delle mani che si sono specializzate in perfetto organo di presa e, soprattutto nell’Uomo, anche di manipolazione.

Va ancora notato che nelle forme attuali, gli arti anteriori e i posteriori, in prevalenza plantigradi, pentadattili, hanno le dita lunghe e generalmente provviste di unghie appiattite, laminari o tegolari (unguicole).

Tale caratteristica è esclusiva dei Primati e solo in qualche raro caso, come nei rappresentanti delle Scimmie Platirrine della sottofamiglia dei Callitricini (Callitrichinae), le dita sono armate di unghie sottili e lunghe, simili ad artigli, eccezione fatta per l’alluce che ha un’unghia larga a forma di tegola.

A questo proposito va però notato che lo sviluppo embrionale dimostra che gli artigli nei componenti di questa sottofamiglia non sono un carattere primitivo, ma si formano a seguito di una trasformazione secondaria dell’unghia. Ed ancora, è da ricordare come tra le Proscimmie, alcune specie hanno le mani con un dito, l’indice (Lemuridi e Lorisidi), oppure con due dita, indice e medio (Tarsidi), con l’unghia modificata a forma di pettine utilizzato per la pulizia del corpo e la toelettatura (grooming).

Gli Aye-aye (Daubentonia madagascariensis Gmelin,1788) hanno le dita delle mani e dei piedi molto allungate, soprattutto il dito medio delle mani che è particolarmente sottile ed è utilizzato per pulirsi il viso, per pettinarsi e per grattarsi; tutte le dita di questo animale sono armate di artigli acuminati ad eccezione del pollice e dell’indice che sono provvisti di unghie piatte.

Il pollice, e spesso anche l’alluce, sono di norma opponibili, da cui anche il nome di quadrumani; in alcuni casi le dita sono più o meno ridotte.

l’Aye-aye (Daubentonia madagascariensis), ha il dito medio delle mani straordinariamente assottigliato che utilizza per la pulizia del corpo e per stanare dai tronchi le prede di cui si nutre. Possiede solo quattro denti: 2 incisivi nell’arcata superiore e 2 in quella inferiore. Sono larghi e piatti, decisamente robusti ed a crescita continua

l’Aye-aye (Daubentonia madagascariensis), ha il dito medio delle mani straordinariamente assottigliato che utilizza per la pulizia del corpo e per stanare dai tronchi le prede di cui si nutre. Possiede solo quattro denti: 2 incisivi nell’arcata superiore e 2 in quella inferiore. Sono larghi e piatti, decisamente robusti ed a crescita continua © Katerina Kalinina

Inoltre, come già detto, le mani possono compiere larghi movimenti di pronazione e di supinazione, grazie alla completa separazione dell’ulna e del radio, caratteristica questa non trascurabile, avendo contribuito ampiamente all’evoluzione dell’ordine.

Postura

Strettamente correlate con la specializzazione delle mani, sono la tendenza al raddrizzamento del tronco ed all’acquisizione della stazione eretta; tale tendenza si manifesta in vario grado nei diversi gruppi, ma si realizza pienamente soltanto nell’Uomo.

Queste specializzazioni sono anche da porre in relazione con il progressivo accorciamento del tronco e con l’ampliamento del torace che ha perduto la sua primitiva conformazione carenata, tipica degli altri componenti della classe dei Mammiferi che conducono vita terricola.

Sistema nervoso

Come conseguenza di queste ed altre pressioni selettive, nei Primati si sono parallelamente affermate anche progressive e profonde modificazioni a carico della struttura del cervello.

In linea generale, con la vita sugli alberi, se da un canto, in conseguenza della minore importanza del senso dell’olfatto risultato di scarsa utilità per seguire le tracce odorose sugli alberi, i relativi centri nervosi del cervello sono andati incontro ad una progressiva riduzione, dall’altro, a seguito dello sviluppo delle capacità visive acquisite con la frontalizzazione degli occhi, la porzione della corteccia cerebrale deputata alla integrazione e valutazione delle immagini, è cresciuta di importanza.

A loro volta, l’acquisizione della visione stereoscopica e l’influsso di una nuova serie di informazioni sensoriali derivanti dalla capacità di manipolazione degli oggetti, hanno determinato uno straordinario sviluppo degli emisferi cerebrali e la comparsa della scissura calcarina, profondo solco attorno al quale è disposta l’area visiva primaria; in particolare nei Primati i lobi occipitali (sede dei centri visivi) sono molto sviluppati.

Anche il cervelletto, la porzione di cervello profondamente correlata con i movimenti muscolari di precisione, si è avviato a diventare una delle formazioni più cospicue del cervello dei Primati favorendo così la vita sugli alberi che richiedeva un aumento di agilità e di coordinamento muscolare. In relazione a questi avvenimenti evolutivi, l’encefalo ha subito un notevole sviluppo e differenziamento e, in concomitanza, si è verificato un progressivo aumento del cranio e una riduzione dello scheletro facciale.

L’imponente Gorilla beringuei è il più grande primate vivente, in grado di comunicare con l’uomo, come i sordomuti, tramite semplici sequenze gestuali

L’imponente Gorilla beringuei è il più grande primate vivente, in grado di comunicare con l’uomo, come i sordomuti, tramite semplici sequenze gestuali © Mary Bomford

Appare evidente come, da un certo punto di vista, l’aumento delle stimolazioni sensoriali e la crescita in dimensioni e in complessità del cervello siano procedute di pari passo. Quando si è reso disponibile un maggior numero di informazioni sensoriali, è stato favorito lo sviluppo delle dimensioni del cervello. A sua volta, man mano che il cervello diventava più grande e più complesso veniva favorito l’aumento delle percezioni sensoriali.

Non è possibile stabilire con precisione in quale momento dell’evoluzione dei Primati abbiano fatto la loro comparsa le funzioni mentali più elevate, come la simbolizzazione ed il pensiero concettuale.

Tuttavia, in considerazione del fatto che il livello qualitativo richiesto per queste funzioni è comunque notevolmente elevato, si può dedurre che tale livello sia stato raggiunto allorquando il cervello, sotto l’azione di molteplici fattori selettivi, ha acquisito una determinata soglia di dimensioni e di complessità.

I Colobus hanno una dieta basata sui vegetali, soprattutto foglie

I Colobus hanno una dieta basata sui vegetali, soprattutto foglie © Roger Sargent Wildlife photography

Appare quindi evidente il fatto che l’aumento delle dimensioni del cervello e della capacità cranica costituiscono alcuni dei temi centrali ed esclusivi dell’evoluzione dei Primati. In questi animali, il grado di sviluppo cerebrale cresce man mano che si passa dai Lemuri alle Scimmie e, tra queste, agli Ominidi nei quali raggiunge il massimo nell’Uomo.

Alimentazione

A differenza della specie umana che concentra la propria alimentazione nei pasti, i Primati dedicano gran parte della loro attività quotidiana alla ricerca del cibo.

Il loro regime alimentare è molto vario e praticamente onnivoro, comprendendo un nutrimento misto, animale e vegetale, anche se con la progressiva diminuzione dell’importanza della dieta insettivora a vantaggio di quella frugivora ed erbivora.

Questa tendenza è legata alla trasformazione dei costumi originariamente notturni, che nella maggioranza delle specie divengono diurni sotto lo stimolo dall’opportunità di un facile reperimento di foglie, germogli e frutti in ambiente arboricolo.

Va notato come in genere la taglia di un primate è indicativa della sua dieta essendo correlata con le esigenze energetiche: piccoli Primati si cibano essenzialmente di insetti, mentre Primati di grossa taglia mangiano generalmente vegetali.

Molti rappresentanti dell’ordine si cibano principalmente di insetti, ragni, scorpioni, millepiedi, piccoli rettili, uccelli e topi, ma anche germogli, frutta, foglie e midollo tenero di alcune piante. Solo i Colobini, sottofamiglia dei Cercopitecidi, sono tra i Primati più esclusivamente erbivori e riescono a vivere nutrendosi soprattutto di foglie, grazie al loro apparato digerente altamente specializzato.

Anche i Primati più primitivi, come le Proscimmie, che sono essenzialmente erbivore, completano la loro dieta con piccoli animali, specie insetti e loro larve.

Da parte loro, le scimmie cappuccine (Cebus) ricercano piccoli invertebrati sotto la corteccia o all’interno di alberi marcescenti; a loro volta le specie terrestri di Scimmie Platirrine sono ghiotte di grilli e cavallette e rivoltano i grossi sassi alla ricerca di formiche, scorpioni e millepiedi, ma si nutrono anche di granaglie e di radici.

I piccoli primati, come questa proscimmia, sono invece per lo più insettivori

I piccoli primati, come questa proscimmia, sono invece per lo più insettivori © George Beccaloni

Anche i Primati più evoluti, come Oranghi, Scimpanzé e Gorilla, hanno una dieta principalmente a base di frutta, germogli e foglie ma che completano con formiche e termiti e piccoli mammiferi, quali piccole antilopi e persino giovani di scimmie.

Alcune specie, come gli Scimpanzé, vanno a caccia saltuariamente e si spartiscono le prede.

Altri più specializzati, come gli Uistitì, si nutrono di linfa e di gommoresina, sostanza composta da carboidrati complessi, che viene fatta essudare dai cosiddetti alberi della gomma.

Durante la stagione secca, gli Uistitì sopperiscono alla carenza di frutta, incidendo con i denti la corteccia degli alberi della gomma e nutrendosi dell’essudato che fuoriesce; a seguito di visite quotidiane, le incisioni sulla corteccia rimangono aperte in modo da ottenere un flusso continuo dell’essudato.

L’acqua è certamente un componente essenziale per tutte le specie dell’ordine; tuttavia, molti Primati riescono a dissetarsi con l’acqua contenuta nel cibo, con la rugiada e con la pioggia.

Solo poche specie sono costrette a recarsi all’imbrunire agli stagni e ai corsi d’acqua, con il rischio di cadere vittima di predatori in agguato, quali coccodrilli e pitoni.

Molte specie bevono direttamente sporgendosi sull’acqua, altre raccolgono l’acqua con le mani oppure immergono le braccia e la succhiano dai peli bagnati.

La maggioranza dei Primati individua il cibo soprattutto con la vista, mentre l’odore, anche a seguito della riduzione del senso dell’olfatto, ha solo un ruolo occasionale.

Le specie notturne sono guidate verso le loro prede animali dal senso dell’udito particolarmente acuto.

In ogni caso, è accertato che la memoria svolge un ruolo importante nella localizzazione e nella distribuzione delle principali fonti alimentari.

Tipicamente i Primati utilizzano le mani per prendere il cibo e portarlo alla bocca; solitamente non lo mangiano sul posto ma lo portano in un posto idoneo oppure, come fanno i cercopiteci, lo immagazzinano nelle guance provviste di tasche interne.

Occasionalmente, in particolare Babbuini e Scimpanzé, sono in grado di utilizzare pietre per rompere il guscio delle noci, oppure bastoni e altri oggetti per raggiungere il cibo fuori dalla loro portata, come ramoscelli che, preventivamente privati delle foglie e ridotti alle giuste dimensioni, introducono a guisa di ami nei nidi di termiti e di formiche.

È stato osservato che popolazioni di Scimpanzé che vivono in regioni distinte dell’Africa hanno abitudini comportamentali e tradizioni culturali diverse e che queste possono essere trasmesse tra i vari gruppi come avviene tra gli esseri umani.

La necessità aguzza l’ingegno e alcune scimmie Platirrine, come questo Sapajus libidinosus, hanno imparato ad utilizzare degli strumenti per procurarsi il cibo. In questo caso è un grosso sasso per spaccare il guscio di un seme

La necessità aguzza l’ingegno e alcune scimmie Platirrine, come questo Sapajus libidinosus, hanno imparato ad utilizzare degli strumenti per procurarsi il cibo. In questo caso è un grosso sasso per spaccare il guscio di un seme © Allan Hopkins

Riproduzione

I rapporti sessuali più diffusi tra i Primati prevedono la promiscuità soprattutto di tipo poliginico nel senso che un maschio si accoppia con diverse femmine durante la stessa stagione riproduttiva; le specie poliandriche in cui è la femmina che si accoppia con più maschi sono più rare, per esempio le troviamo tra gli Uistitì e i Tamarini, Scimmie Platirrine della famiglia dei Cebidi.

Come avviene in molti mammiferi, anche nei Primati la riproduzione è limitata a periodi ben definiti in un gran numero di specie, anche se non esiste una vera e propria stagione degli amori.

A riguardo va ricordato che in diverse specie, come nello Scimpanzé, allorché le condizioni ambientali sono favorevoli, le femmine tendono a riprodursi con maggiore frequenza e a svezzare più rapidamente i piccoli.

La durata della gestazione varia a seconda della specie e soprattutto delle sue dimensioni. Nelle Platirrine, le femmine dei piccoli Lemuri nani (Microcebus) e dei Cheirogalei (Cheirogaleus) partoriscono dopo 2-3 mesi, mentre quelle delle specie di maggiori dimensioni, come quelle di Cebus, Tarsius e Brachyteles, impiegano 6-7 e anche 8 mesi.

Le femmine delle Scimmie Catarrine hanno una gestazione la cui durata è compresa tra i 5-6 mesi dei Colobi ai 7 mesi di Babbuini, Presbiti e Gibboni fino ai 9 mesi dei Macachi e dei Gorilla.

Le specie di minori dimensioni, oltre che per una minore durata del periodo di gestazione, si caratterizzano per partorire solitamente 2-3 ed anche più cuccioli per volta, mentre quelle di mole maggiore normalmente danno alla luce un solo piccolo.

Tutti i Primati si prendono cura dei propri cuccioli per periodi più o meno lunghi; in alcune specie è prevalentemente la madre che accudisce al proprio piccolo e spesso lo porta con sé attaccato al proprio mantello, in altre è invece il padre, in altre ancora come nei Babbuini (Papio), oltre che dalle madri, i piccoli sono assistiti e difesi anche da tutti gli appartenenti al branco.

Etologia

Diverse specie di Primati hanno abitudini solitarie, ma altre si aggregano e disaggregano a seconda delle stagioni e della disponibilità di cibo, altre ancora formano gruppi molto coesi e stabili nel tempo.

L’amore nei Primati non è poi tanto diverso da quello umano. Nella sequenza a sinistra del Bonobo (Pan paniscus) la femmina abbraccia sorridendo il maschio nella posizione del missionario. I maschi di Papio hamadryas e Theropithecus gelada, in basso a destra, paiono meno romantici

L’amore nei Primati non è poi tanto diverso da quello umano. Nella sequenza a sinistra del Bonobo (Pan paniscus) la femmina abbraccia sorridendo il maschio nella nota posizione del missionario. I maschi di Papio hamadryas e Theropithecus gelada, in basso a destra, paiono meno romantici © Giuseppe Mazza e per il Theropithecus gelada © Tim Melling

Generalmente, mentre i maschi tendono a distribuirsi in relazione alla presenza e il numero di femmine e si aggregano o meno in funzione della possibilità di controllare l’accesso a una o più femmine recettive simultaneamente; diversamente, le femmine sono più attente al nutrimento dei propri piccoli e si distribuiscono sul territorio in base alla disponibilità degli alimenti e si associano più o meno strettamente, caratterizzando così col loro comportamento la specie di appartenenza.

A parte alcune specie che hanno abitudini solitarie, nella maggior parte dei Primati si stabiliscono relazioni sociali intraspecifiche più o meno complesse e frequentemente si costituiscono gruppi d’entità variabile, temporanei o stabili, con regole e gerarchie condivise che favoriscono una maggior difesa dai predatori e maggiori possibilità di trovare alimenti. Alcune specie vivono in gruppi familiari formati da una coppia riproduttiva e la loro prole. Tra questi vi sono i Gibboni e gli appartenenti al genere Callicebus.

Il Colobus guereza occidentalis vive normalmente in piccoli gruppi familiari coesi di 6-10 individui

Il Colobus guereza occidentalis vive normalmente in piccoli gruppi familiari coesi di 6-10 individui © Valerie Hukalo

Il Chlorocebus pygerythrus vive invece in bande numerose con anche 50 individui. C’è una precisa gerarchia, come mostra questo divertente grooming multiplo

Il Chlorocebus pygerythrus vive invece in bande numerose con anche 50 individui. C’è una precisa gerarchia, come mostra questo divertente grooming multiplo © Ian White

Il Theropithecus gelada può arrivare a bande di 400 individui, divise in gruppi dominati da un maschio adulto che controlla un harem ed una zona rocciosa inaccessibile ai predatori dove il gruppo trascorre la notte dopo aver pascolato tutto il giorno alla ricerca di vegetali. Ma i posti migliori sono limitati e le dispute per il territorio frequenti

Il Theropithecus gelada può arrivare a bande di 400 individui, divise in gruppi dominati da un maschio adulto che controlla un harem ed una zona rocciosa inaccessibile ai predatori dove il gruppo trascorre la notte dopo aver pascolato tutto il giorno alla ricerca di vegetali. Ma i posti migliori sono limitati e le dispute per il territorio frequenti © Tim Melling

Tra i componenti di un medesimo gruppo esistono ranghi sociali diversi: alcuni individui occupano posizioni di dominanza che consentono un maggior accesso alle risorse alimentari e alla possibilità di riprodursi, altri sono invece subordinati e vivono con maggiore difficoltà.

La dimensione e composizione dei gruppi sociali riflettono il mutevole equilibrio fra le strategie individuali in risposta ai cambiamenti di carattere ambientale e demografico e risentono anche dei rapporti e dei conflitti tra i due sessi.

I Primati hanno sviluppato diversi canali di comunicazione, dalla marcatura olfattiva, alla mimica corporea e facciale, al contatto fisico al linguaggio più o meno sofisticato.

Il Cercopithecus mitis vive nell’Africa centrale in luoghi caratterizzati dalla presenza di alberi e dalla vicinanza dell’acqua. Forma gruppi di 10-40 individui in cerca di frutti che si spalleggiano, come altri Cercopiteci, con un linguaggio fatto di grida d’allarme diverse secondo il pericolo: leopardi, rapaci o serpenti

Il Cercopithecus mitis vive nell’Africa centrale in luoghi caratterizzati dalla presenza di alberi e dalla vicinanza dell’acqua. Forma gruppi di 10-40 individui in cerca di frutti che si spalleggiano, come altri Cercopiteci, con un linguaggio fatto di grida d’allarme diverse secondo il pericolo: leopardi, rapaci o serpenti © Giuseppe Mazza

Varie specie di Cercopiteci sono in grado di associare un concetto con vere e proprie parole e utilizzano segnali vocali d’allarme diversi a seconda del tipo di predatore, leopardo, rapaci e serpenti.

È stato dimostrato che Scimpanzé, Bonobo, Gorilla e Oranghi sono in grado apprendere il linguaggio dei sordomuti e di comunicare tra loro e con l’uomo mediante semplici sequenze gestuali, di comprendere ed essere compresi nelle loro richieste.

Distribuzione

I Primati sono diffusi soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali, ad eccezione dell’Australia.

Il Madagascar, con la sua varietà di habitat vanta uno dei maggiori livelli di biodiversità di Primati ed il maggior numero di endemismi del mondo.

Purtroppo, a causa della notevole contrazione delle aree che mantengono ancora caratteristiche di naturalità, oggi arrivata a circa il 5% della superficie originaria, le proscimmie malgasce sono tutte in pericolo d’estinzione.

Attualmente, in Europa l’ordine è rappresentato soltanto da una colonia di Bertucce (Macaca sylvanus, Linneo, 1758), che vive isolata nella Rocca di Gibilterra; ampiamente diffusa nelle regioni meridionali del continente europeo durante il Plio-Pleistocene, circa 5-6 milioni di anni fa, oggi questa specie, minacciata di estinzione, presenta un areale molto ristretto, limitato oltre che a Gibilterra, ad aree residue delle foreste di querce di Marocco ed Algeria.

Le specie attuali attribuite ai Primati , circa 200, vivono per la quasi totalità in ambienti forestali tropicali e sub-tropicali, come le foreste pluviali, le savane, le foreste a galleria; alcune specie si sono secondariamente adattate ad ambienti temperati o subalpini come quelli del Giappone o le foreste di conifere cinesi, tollerando a volte basse temperature e la presenza della neve.

Alcune, come il Babbuino gelada (Theropithecus gelada, Rüppell, 1835), specie endemica dell’Etiopia, frequentano gli ambienti pietrosi.

A seguito della continua riduzione dei loro habitat naturali, alcune specie si spingono a cercare cibo negli ambienti coltivati o le periferie delle città, ove possono arrecare danni alle colture.

Come tutte le scimmie Platirrine, Callithrix pygmaea è caratterizzata da un naso largo e piatto con narici distanti e rivolte lateralmente. Questo gruppo di primati, presenti solo nel Nuovo Mondo, si è differenziato dai parenti africani in circa 40 milioni di anni con la separazione dell’America Meridionale dal continente africano

Come tutte le scimmie Platirrine, Callithrix pygmaea è caratterizzata da un naso largo e piatto con narici distanti e rivolte lateralmente. Questo gruppo di primati, presenti solo nel Nuovo Mondo, si è differenziato dai parenti africani in circa 40 milioni di anni con la separazione dell’America Meridionale dal continente africano © Bo Jonsson

CLASSIFICAZIONE

La sistematica dei Primati non è ancora ben definita non soltanto a livello generico e specifico ma soprattutto per quanto concerne le categorie sistematiche di livello superiore, sottordini e famiglie.

Una vecchia classificazione dell’ordine, che seppur ritenuta di scarso valore sistematico è entrata nell’uso corrente, è quella che suddivide i Primati in Proscimmie, Scimmie del Vecchio mondo e Scimmie del Nuovo Mondo. Più condivisa dal punto di vista scientifico appare la loro distinzione nei due sottordini di Proscimmie e di Scimmie.

Tuttavia, anche in questo caso non tutti sono d’accordo di inserire i Tarsidi all’interno delle Proscimmie e propongono di suddividere i Primati nei sottordini degli Strepsirrini (Strepsirrhini), dal caratteristico naso ricurvo, e degli Aplorrini (Haplorrhini) con il naso appuntito; praticamente, i primi corrispondono alle Proscimmie senza i Tarsidi, ed i secondi alle Scimmie con l’aggiunta dei Tarsidi.

La Varecia variegata del Madagascar appartiene invece all’infraordine delle Catarrine. La sistematica dei Primati non è ancora ben definita e fa bene questa scimmietta irrispettosa a tirar fuori la lingua ai tassonomi come Einstein. La distinzione oggi più condivisa pare quella dei sottordini di Proscimmie e Scimmie

La Varecia variegata del Madagascar appartiene invece all’infraordine delle Catarrine. La sistematica dei Primati non è ancora ben definita e fa bene questa scimmietta irrispettosa a tirar fuori la lingua ai tassonomi come Einstein. La distinzione oggi più condivisa pare quella dei sottordini di Proscimmie e Scimmie © Giuseppe Mazza

Altri, infine, oltre a Proscimmie e Scimmie, riconoscono anche ai Tarsidi il valore di sottordine.

Per semplificazione, anche in considerazione del fatto che nel linguaggio comune, in diversi testi, anche relativamente recenti, e nel campo della divulgazione i Primati vengono ancora distinti in Proscimmie e Scimmie, in questa sede seguiremo in parte la tradizione attribuendo però a Proscimmie e Scimmie un valore puramente descrittivo e non prettamente sistematico.

PROSCIMMIE (Prosimiae)

Come già accennato, si ricorda ancora una volta che attualmente la validità sistematica attribuita al termine Proscimmie appare superata in quanto include raggruppamenti, quali infraordini, superfamiglie e famiglie, che diverse caratteristiche importanti, strutturali e comportamentali, indicano che trattasi di un gruppo parafiletico in cui chiaramente non tutti i componenti si sono originati a partire da un antenato comune.

Nycticebus coucang è una Proscimmia notturna presente in Indonesia, Malesia, Thailandia, Birmania, Indocina e Singapore

Nycticebus coucang è una Proscimmia notturna presente in Indonesia, Malesia, Thailandia, Birmania, Indocina e Singapore © Giuseppe Mazza

Ciò premesso, non ritenendo questa la sede più idonea per una dissertazione filogenetica sulla sistematica dei Primati, a seguire ci soffermeremo a considerare le famiglie e i generi classicamente imputati alle Proscimmie.

Le Proscimmie si differenziano dalle Scimmie, l’altro raggruppamento dei Primati, per la loro struttura generale del corpo che, almeno in certe famiglie, ha mantenuto caratteristiche di maggiore primitività; se ne discostano da una parte le Tupaie, che ricordano alquanto gli Insettivori, e dall’altra i Lemuri e i grandi Indri che hanno corpo ed arti simili a quelli delle Scimmie anziché delle Proscimmie.

In linea generale, alle Proscimmie vengono attribuite specie che, in relazione alle abitudini notturne, mantengono evidenti connotati di primitività come gli occhi grandi, talora grandissimi, posti in posizione laterale e il senso dell’olfatto ancora ben sviluppato. Se ne differenziano i Lemuridi del genere Hapalemur che conducono vita diurna.

Hapalemur griseus vive in Madagascar nutrendosi principalmente dei teneri germogli di bambù

Hapalemur griseus vive in Madagascar nutrendosi principalmente dei teneri germogli di bambù © Johanna Kok

Ed ancora, il muso è decisamente appuntito, con il rinario, regione di pelle circostante le narici comunemente indicata con il nome di tartufo, umido e fornito di lunghe vibrisse sensitive; tale organo, piuttosto che implementare l’olfatto, svolge l’importante funzione di indicatore della direzione di provenienza del vento, grazie alla superficie umida e sensibile.

Gli arti sono di varia lunghezza con pollice ed alluce sempre opponibili e la coda è ben sviluppata, mai prensile. Il corpo è ricoperto da pelame folto e soffice.

Veloci oppure lenti nei movimenti a seconda della specie, le Proscimmie sono comunque abili arrampicatrici e ben adattate alla vita sugli alberi.

Lo sviluppo dei piccoli è rapido, la maturità sessuale è precoce e spesso le femmine danno alla luce parecchi figli.

Sotto il nome di Proscimmie vengono riunite un numero vario di famiglie, 7-9: Lemuridi, Daubentonidi e Indridi, esclusive del Madagascar, Tupaidi, Lorisidi, Galagidi e Tarsidi presenti anche nell’Africa continentale e nel sud-est asiatico.

Va ancora una volta precisato che parecchi studiosi escludono i Tupaidi dai Primati e li inseriscono nell’ordine degli Scandenti mentre i Tarsidi, alcuni li ritengono un terzo sottordine dei Primati, altri invece una famiglia delle Scimmie anziché delle Proscimmie.

Lemuridi (Lemuridae)

Il nome della famiglia fa chiaro riferimento ai “lemures”, termine latino con il quale nella mitologia romana venivano indicati gli spiriti della notte; ciò a causa dell’aspetto spiritato della maggior parte delle specie dovuto ai grandi occhi, ben adatti alla vita notturna, e alla emissione di suoni simili a gemiti sofferenti.

Comprendono forme di media taglia e dal peso di circa 2 kg, caratterizzate dal muso allungato, di aspetto volpino nelle forme più grandi e con gli incisivi inferiori che, con l’eccezione delle Tupaie, formano una sorta di pettine, utilizzato per la toelettatura.

Gli arti anteriori sono notevolmente meno sviluppati di quelli posteriori ed hanno le dita fornite di unghie ad eccezione del 2° dito dei piedi che possiede un robusto artiglio utilizzato per la pulizia del corpo (grooming). Le mani sono prensili con pollice parzialmente opponibile.

Lemur catta è una Proscimmia prevalentemente diurna di 40-50 cm, con una splendida e inconfondibile coda ad anelli bianchi e neri più lunga del corpo

Lemur catta è una Proscimmia prevalentemente diurna di 40-50 cm, con una splendida e inconfondibile coda ad anelli bianchi e neri più lunga del corpo © Rafi Amar

Il corpo è ricoperto da una folta pelliccia variamente colorata nelle diverse specie; la coda è più lunga del corpo e ricoperta di pelo, spesso a pennacchio.

Animali solitamente gregari, vivono in gruppi composti da molte femmine e numerosi maschi.

Emettono strilli molto vari che hanno lo scopo di contribuire alla coesione del gruppo e allo stesso tempo avvertire i componenti del gruppo dell’approssimarsi di un pericolo.

Hanno abitudini essenzialmente arboricole e si nutrono di frutti, di foglie e di fiori ma anche di piccoli animali.

Alla famiglia, che è stata oggetto di importanti revisioni tassonomiche a livello generico ed anche specifico, attualmente afferiscono circa 23 specie ripartite nei generi di seguito brevemente illustrati.

Eulemur macaco vive in gruppi di 7-15 individui nelle umide foreste pluviali del Nordovest del Madagascar e nelle isole di Nosy Be e Nosy Komba. Classificato “Endangered” nella nota “Red List”, mostra un forte dimorfismo sessuale: il maschio si direbbe un gatto nero mentre le femmine sono bruno-rossicce col ventre biancastro

Eulemur macaco vive in gruppi di 7-15 individui nelle umide foreste pluviali del Nordovest del Madagascar e nelle isole di Nosy Be e Nosy Komba. Classificato “Endangered” nella nota “Red List”, mostra un forte dimorfismo sessuale: il maschio si direbbe un gatto nero mentre le femmine sono bruno-rossicce col ventre biancastro © Rafi Amar

Lemuri comuni (Lemur, Eulemur)

Il nome si riferisce prevalentemente alle specie di Lemur e di Eulemur, generi diffusi nelle foreste di bassa e media quota delle isole Comore e nel Madagascar. Comprendono animali di media taglia che possono raggiungere il peso di circa 2 kg.

Di abitudini prevalentemente diurne o crepuscolari ed essenzialmente arboricoli, questi Lemuri sono particolarmente agili e si nutrono principalmente di sostanze vegetali.

Le femmine partoriscono solitamente un solo piccolo che si sviluppa velocemente e che per alcuni mesi vive aggrappato all’addome della madre o arrampicato sul suo dorso.

Non meno in pericolo sono Eulemur mongoz, ugualmente nativo del Madagascar e introdotto alle isole Comore, ed il rarissimo Eulemur rubriventer del Madagascar orientale

Non meno in pericolo sono Eulemur mongoz, ugualmente nativo del Madagascar e introdotto alle isole Comore, ed il rarissimo Eulemur rubriventer del Madagascar orientale © Matthias Markolf (sinistra) e © Sheau Torng Lim (destra)

Benché noto come Lemure volante della Sonda, Galeopterus variegatus non è un Primates, ma appartiene con Cynocephalus volans ai Dermotteri o Galeopiteci, piccolissimo ordine di Mammiferi affine agli Insettivori. Per questo particolare animale notturno delle foreste dell’Asia sudorientale, vi rinviamo ad un’apposita scheda

Benché noto come Lemure volante della Sonda, Galeopterus variegatus non è un Primates, ma appartiene con Cynocephalus volans ai Dermotteri o Galeopiteci, piccolissimo ordine di Mammiferi affine agli Insettivori. Per questo particolare animale notturno delle foreste dell’Asia sudorientale, vi rinviamo ad un’apposita scheda © Dzulhelmi Nasir

Attualmente ai due generi vengono ascritte complessivamente una dozzina di specie, tra le quali vanno ricordate i Catta (Lemur catta Linneo,1758), animali prevalentemente diurni e caratterizzati da una splendida coda ad anelli bianchi e neri, il Maki macaco (Eulemur macaco Linneo 1766), il Lemure testa nera o Maki bruno (Eulemur fulvus Geoffroy, 1796); ed ancora il Maki mongoz (Eulemur mongoz Linneo, 1766) e il rarissimo Maki a ventre rosso (Eulemur rubriventer Geoffroy, 1850).

Infine, va ricordato che con il nome di Lemure volante della Sonda (Galeopterus variegatus Audebert, 1799) e di Lemure volante delle Filippine (Cynocephalus volans Linneo, 1758) vengono impropriamente indicate due specie che non sono né Scimmie e neanche Primati. Queste specie, conosciute rispettivamente anche con i nomi di Galeopiteco della Malesia e Galeopiteco delle Filippine, sono invece rappresentanti dei Dermotteri o Galeopiteci, piccolissimo ordine di Mammiferi affine agli Insettivori, al quale viene ascritta una sola famiglia. I Galeopiteci sono animali notturni ed esclusivi delle foreste dell’Asia sudorientale.

Il Microcebus murinus, anche se come indica il nome assomiglia più a topolino che a una scimmia, è invece già, nonostante l’aspetto, un nostro lontano parente © David Thyberg

Il piccolo Microcebus murinus, anche se come indica il nome assomiglia più a topolino che a una scimmia, è invece già, nonostante l’aspetto, un nostro lontano parente © David Thyberg

Microcebi (Microcebus, Allocebus)

Detti anche Lemuri nani, sono i più piccoli rappresentanti della famiglia. Animali arboricoli e di abitudini notturne, si nutrono essenzialmente di insetti e piccoli uccelli, ma anche di sostanze vegetali.

Le femmine partoriscono solitamente da 1 a 3 piccoli, dopo una gestazione di circa 2 mesi.

Comprendono 3 specie viventi in Madagascar, tra cui Microcebus murinus (Miller, 1777) che, come richiama il nome specifico, ha l’aspetto di un topo; Il Microcebo pigmeo (Microcebus myoxinus Peters, 1852), detto anche Microcebo di Peters, è il più piccolo dei Lemuri e di tutti i Primati.

Gli Hapalemur sono piccoli Lemuridi col muso meno appuntito e padiglioni auricolari poco sviluppati. Hapalemur meridionalis vive nelle foreste pluviali del Madagascar

Gli Hapalemur sono piccoli Lemuridi col muso meno appuntito e padiglioni auricolari poco sviluppati. Hapalemur meridionalis vive nelle foreste pluviali del Madagascar © Rafi Amar

Ed ancora, il Microcebo o Lemure dalle orecchie pelose (Allocebus trichotis Gunther, 1875), è l’unica del genere ed è relegata nella foresta primaria dei territori nord-orientali del Madagascar.

Apalemuri (Hapalemur)

Sono tra i più piccoli Lemuridi e si distinguono per avere il muso meno appuntito con i padiglioni auricolari poco sviluppati e per gli incisivi superiori che sono situati gli uni dietro gli altri.

Anche gli arti sono corti, mentre la coda è lunga e arruffata. Animali diurni, si cibano essenzialmente di vegetali.

Hapalemur alaotrensis è relegato in un ambito molto ristretto del Madagascar, nella vegetazione ripariale che circonda il lago Alaotra

Hapalemur alaotrensis è relegato in un ambito molto ristretto del Madagascar, nella vegetazione ripariale che circonda il lago Alaotra © Roger Wasley

Il genere comprende il Bocombal o Apalemure grigio (Hapalemur griseus Link, 1795), specie che, classicamente frazionata in 3 sottospecie, si rinviene nelle macchie di bambù dei cui germogli essenzialmente si nutre, e l’Apalemure dal naso largo (Hapalemur simus Gray 1871), diffuso nei bassopiani palustri della costa orientale del Madagascar.

Le femmine, dopo una gestazione di circa 5 mesi, partoriscono un piccolo particolarmente sviluppato.

Recentemente, sulla base di ricerche sul DNA mitocondriale, alcuni studiosi hanno proposto la riclassificazione del Bocombal riconoscendo alle sue sottospecie lo status di specie distinte con i nomi di  Hapalemur griseus (Link, 1795),  diffuso nella foresta pluviale del Madagascar orientale,  Hapalemur meridionalis (Werter et alii, 1987) che vive nelle foreste pluviali dell’estremo sudorientale del Madagascar e Hapalemur alaotrensis (Rumpler, 1975), relegato nel Madagascar in un ambito ristretto della vegetazione ripariale che circonda il lago Alaotra.

I Cheirogaleus sono Proscimmie di taglia media, con oltre 60 cm di lunghezza coda compresa, abitudini notturne e alimentazione mista, animale e vegetale. Cheirogaleus major vive nelle foreste umide del Madagascar orientale

I Cheirogaleus sono Proscimmie di taglia media, con oltre 60 cm di lunghezza coda compresa, abitudini notturne e alimentazione mista, animale e vegetale. Cheirogaleus major vive nelle foreste umide del Madagascar orientale © Robin Brace

Lepilemuri (Lepilemur)

Comunemente chiamati anche Lemuri donnola, sono diffusi con varie forme in tutte le aree forestali del Madagascar.

Il genere riunisce specie che, a differenza degli altri componenti la famiglia di appartenenza, hanno grandi orecchie e occhi ben sviluppati, in rapporto alle abitudini notturne; per queste ed altre caratteristiche, da diversi studiosi il genere viene attribuito ad una famiglia a sé, quella dei Lepilemuridae.

I Lemuri donnola sono animali di piccola taglia che vivono sugli alberi ove si spostano con grande agilità con rapidi salti facilitati dalle mani eccezionalmente lunghe con pollice opponibile.

Di abitudini solitarie, si nutrono di vegetali, essenzialmente di foglie.

Sono note 2 specie, il Lepilemure a coda rossa (Lepilemur ruficaudatus Grandidier, 1867) e il Lepilemure mustelino (Lepilemur mustelinus Geoffroy, 1851)

Cheirogalei (Cheirogaleus)

Sono Proscimmie di taglia media, oltre 60 cm di lunghezza, compresa a coda, per un peso che varia da 200 a 600 grammi.

I Cheirogalei hanno abitudini notturne e alimentazione mista, animale e vegetale.

Le femmine partoriscono mediamente 2-3 piccoli dopo una gestazione di circa 70 giorni.

Di questo genere vanno ricordati il Chirogaleo bruno o Chirogaleo maggiore (Cheirogaleus major Geoffroy, 1812), delle foreste umide del Madagascar orientale, e il Chirogaleo medio o Chirogaleo dalla coda grossa (Cheirogaleus medius E. Geoffroy, 1812), che si rinviene nelle foreste aride del Madagascar occidentale ed orientale.

Valuvi (Phaner)

Sono un genere di Proscimmie relegate nella foresta pluviale costiera della penisola di Masoala, nel Madagascar nord-orientale. Animali solitari con abitudini notturne ed arboricole, i Valuvi sono di piccole dimensioni, raggiungendo una lunghezza del corpo che solitamente varia da 22 a 28 cm, per un peso da 300 a 500 g.  Si nutrono essenzialmente di linfa e resine vegetali che estraggono dai tronchi delle piante che incidono con il pettine dentale; integrano la dieta con insetti, larve ed occasionalmente anche di piccoli vertebrati.

I Valuvi sono facilmente riconoscibili per una tipica striscia nera sul dorso che sulla sommità del capo si divide a forma di forca e si continua ai lati degli occhi; a questa caratteristica si collega il nome del Valuvi forcifero (Phaner furcifer  De Blainville, 1839), specie che alcuni tassonomi frazionano in diverse sottospecie; di diverso parere sono altri tassonomi che riconoscono alle sottospecie del Valuvi forcifero lo status di specie distinte con i nomi di Valuvi delle Montagne d’Ambra (Phaner electromontis Groves e Tattersall, 1991), Valuvi pallido o Valuvi occidentale (Phaner pallescens Groves e Tattersall, 1991) e Valuvi di Pariente (Phaner parienti Groves e Tattersall, 1991).

Varecia rubra, presente in moltissimi zoo, e fra i lemuri più noti

Varecia rubra, presente in moltissimi zoo, e fra i lemuri più noti © Giuseppe Mazza

In realtà le incertezze tassonomiche del genere Phaner, come in tantissimi altri casi dei Primati, sono conseguenza della carenza di informazioni e della incertezza dei caratteri diagnostici a livello specifico.

Vari (Varecia)

Detti anche Lemuri dal collare, sono i rappresentanti di maggior grandezza della famiglia dei Lemuridi, raggiungendo le dimensioni corporee di oltre 50 cm con un peso che supera i 3,5 Kg.

Sulla loro attribuzione generica non tutti gli specialisti sono d’accordo ed alcuni li assegnano al genere Varecia anziché al Lemur.

Sono state descritte due specie che vivono nelle foreste primarie del Madagascar, il Vari variegato (Varecia variegata Kerr, 1792), dalla caratteristica pelliccia bicolore, nera sul ventre e sugli arti anteriori, bianca sul dorso e sugli arti posteriori,  ed il Vari rosso (Varecia rubra É. Geoffroy, 1812), riconoscibile per la colorazione rosso-ruggine sulla parte superiore del corpo.

Ritenuti sacri dalle popolazioni malgasce che li chiamano “figli del sole”, questi animali sino un recente passato sono stati oggetto di culto.

Daubentonidi (Daubentonidae)

Attualmente la famiglia è rappresentata soltanto da Daubentonia madagascariensis Gmelin, 1788, specie conosciuta come Aye-aye o Chiromio, dal greco (dal gr. χείρ “mano” e μῦς “topo”); esclusiva delle foreste del Madagascar ove si rinviene in una grande varietà di ambienti naturali, questa Proscimmia si rinviene nella foresta pluviale primaria e secondaria, nella foresta di latifoglie, ed anche in ambienti antropici, come piantagioni, etc.

Delle dimensioni di un gatto, è lungo 35-45 cm per un peso medio di circa 2,5 kg, questo lemure ha un aspetto molto singolare dovuto ad una vistosa asimmetria delle due mani e ad una convergenza della forma generale del corpo che lo fa assomigliare ad un grosso scoiattolo; per questa caratteristica, unitamente alla dentatura, con solo 2 incisivi nell’arcata superiore e 2 in quella inferiore, larghi e piatti, molto robusti e a crescita continua, l’Aye-aye in passato era stato considerato tra i Roditori. Altra stranezza anatomica di questo singolare lemure è la presenza di un abbozzo di  “sesto dito” incompleto su ciascuno dei polsi.

Questa Proscimmia ha la faccia triangolare, di sembianza volpina, con il muso corto ed il rinario rosato; gli occhi sono relativamente piccoli con l’iride giallo-arancio e la pupilla verticale in relazione alle abitudini notturne; le orecchie sono ben sviluppate, ellittiche, prive di peli e di colore nero.

L’Aye-aye (Daubentonia madagascariensis) è al contrario un ospite raro che solo i grandi zoo possono permettersi. Picchiettando con l’artiglio affilato del suo lungo dito medio le cortecce degli alberi, scopre dalla risonanza la presenza di larve d’insetti. Con i forti denti mette allora a nudo le gallerie le estrae usando l’artiglio a mo’ di forchetta

L’Aye-aye (Daubentonia madagascariensis) è al contrario un ospite raro che solo i grandi zoo possono permettersi. Picchiettando con l’artiglio affilato del lungo dito medio le cortecce degli alberi, scopre dalla risonanza la presenza di larve d’insetti. Con i forti denti mette allora a nudo le gallerie le estrae usando l’artiglio a mo’ di forchetta © Frank Vassen

La coda è molto lunga e termina con un pennacchio di peli; la pelliccia è ispida e di colore bruno-nerastro, che diventa più chiaro sul muso e nelle parti inferiori del corpo; mani e piedi sono neri.

In funzione della dieta costituita principalmente da insetti, le mani, glabre e con pollici opponibili, presentano una specializzazione unica in tutti i Primati; il terzo dito è straordinariamente assottigliato, lungo fino al triplo rispetto alle altre dita e provvisto di un artiglio lungo e affilato. Questo dito unitamente ad un senso dell’udito molto acuto risultano fondamentali ai fini dell’alimentazione; del dito, l’Aye-aye si serve per ticchettare sulla corteccia degli alberi e ascoltando i riverberi attraverso il legno è in grado di percepire eventuali suoni che rivelino la presenza di una larva al di sotto dello strato legnoso.

Individuato dal rumore la presenza di prede, il Lemure scortica il tronco con i forti incisivi fino ad aprire un foro nella galleria scavata dalla larva o dall’insetto; quindi utilizza il suo insolito dito medio come efficace strumento per infilzare ed estrarre larve e insetti xilofagi di cui si ciba.

Il Maki lanoso (Avahi laniger) è una proscimmia medio grande del Madagascar a dieta essenzialmente erbivora

Il Maki lanoso (Avahi laniger) è una proscimmia medio grande del Madagascar a dieta essenzialmente erbivora © David Cook

La dieta di questa proscimmia è completata anche con vegetali e uova di uccelli.

Animale notturno e prevalentemente solitario, l’Aye-aye ha l’abitudine di aggrapparsi ai rami a testa in giù, come i pipistrelli.

Gli accoppiamenti non avvengono in un preciso periodo e, dopo una gestazione che dura da 150 a 170 giorni, la femmina partorisce un solo cucciolo che allatta con mammelle che, caratteristica unica tra i primati, sono situate nella regione inguinale.

A causa del suo aspetto questo lemure è oggetto di varie superstizioni locali; in molte aree è considerato un presagio diabolico e pertanto viene ucciso a vista; a causa di questa persecuzione, aggravata dalla sottrazione di habitat naturali derivante dalla deforestazione per insediamenti antropici, l’Aye-aye, come e forse più degli altri lemuri, è seriamente minacciato di estinzione.

Indridi (Indridae)

Costituiscono una famiglia di Proscimmie di taglia medio-grande, a dieta essenzialmente erbivora, e di abitudini notturne o diurne. Esclusivi del Madagascar, gli Indridi vengono suddivisi nei generi Avahi, Propithecus e Indri.

A sua volta, il genere Avahi è ripartito nelle specie comunemente conosciute con i nomi di Maki lanoso o Avahi orientale (Avahi laniger Gmelin, 1788) e Avahi o Licanoto occidentale (Avahi occidentalis von Lorenz-Liburnau, 1898); entrambe le specie sono endemiche delle foreste umide del Madagascar ed hanno abitudini notturne.

Il genere Propithecus, comprende Lemuri di media taglia che raggiungono una lunghezza di 45–55 cm ed un peso di 4–6 kg; hanno la faccia rotondeggiante, priva di peli e di colore nero, il mantello è lungo e setoso, la coda è ben sviluppata. Animali di abitudini diurne, sono comuni in tutte le foreste pluviali di media quota del Madagascar, ove sono chiamate con il nome di Sifaka derivante dal suono che emettono. Al genere vengono attualmente ascritte circa 8 specie, alcune delle quali frazionate in sottospecie, tra loro distinguibili principalmente per la colorazione della pelliccia.

Tra le specie più note si ricordano il Sifaka diadema (Propithecus diadema Bennett, 1832), con la pelliccia di colore grigio nero che diviene bianca sul dorso, Il Sifaka candido, detto pure Sifaka setoso (Propithecus candidus A. Grandidier, 1871) caratterizzato da una pelliccia quasi completamente bianca e il Sifaka di Verreaux (Propithecus verreauxi Grandidier 1867) con la pelliccia bianca ornata di strisce scure sui fianchi.

I Propithecus sono lemuri di media taglia diurni con la faccia rotondeggiante nera priva di peli e un mantello lungo e setoso

I Propithecus sono lemuri di media taglia diurni con la faccia rotondeggiante nera priva di peli ed un mantello lungo e setoso © Rafi Amar(sinistra) e Susan Roehl (destra)

Recenti studi tassonomici hanno elevato a rango di specie distinte il  Sifaka di Coquerel (Propithecus coquereli A. Grandidier, 1867) con pelliccia dorsalmente di colore grigio argento o marrone e il Sifaka di Decken (Propithecus deckenii A. Grandidier, 1867) con mantello con pelo di color bianco-crema, con tinte dorate, grigiastre o brune nella zona dorsale, in passato ritenute sottospecie di Propithecus verreauxi.

Infine, il genere Indri è un Lemure molto raro e relegato con una sola specie, l’Indri (Indri indri Gmelin, 1788), nelle foreste del Madagascar orientale. Gli Indri sono Lemuri che hanno evoluto una postura quasi eretta e la scomparsa quasi totale della coda, assumendo forme umanoidi così che le popolazioni malgasce li considerano “fratelli” del genere umano, attribuendo loro il nome di Babakoto, cioè figli dello stesso padre. Gli Indri si caratterizzano anche per avere mani e piedi molto lunghi che consentono di arrampicarsi e di saltare tra i rami con grande rapidità; hanno abitudini diurne e vivono riuniti in gruppi familiari alla cui coesione contribuiscono con grida molto prolungate e armoniosamente modulate che giungono a parecchi chilometri di distanza.

Fatto per muoversi sugli alberi, quando atterra Propithecus verreauxi si sposta a balzi laterali con una strana andatura danzante

Nato per muoversi sugli alberi, Propithecus verreauxi si sposta a balzi laterali sul terreno con una strana andatura danzante © Sue Roehl (sinistra) © Jeff Swensen (destra)

Tupaidi (Tupaiidae)

A causa della loro struttura generale che mantiene molte caratteristiche di primitività dello scheletro, del cervello e della dentatura, le Tupaie vengono definite come i Primati più simili agli Insettivori, ed anche come gli Insettivori più simili ai Primati.

In verità le Tupaie costituiscono una famiglia di incerta collocazione sistematica che alcuni studiosi escludono dai Primati e inseriscono, assieme ai Ptilocercidi, in un ordine a sé stante, quello degli Scandenti.

Le tupaie sono piccoli animali quadrupedi, simili ai toporagni, con arti molto corti e coda ben sviluppata, a pennacchio. Il muso è molto allungato con orecchie piccole e prive di peli; gli occhi sono posti in posizione laterale.

A causa della loro struttura generale che mantiene molte caratteristiche di primitività dello scheletro, del cervello e della dentatura, le Tupaie vengono definite come i Primati più simili agli Insettivori. Il muso è molto allungato con orecchie piccole e prive di peli; gli occhi sono posti in posizione laterale. Qui a sinistra Tupaia tana e a destra Tupaia gracilis

Tupaia tana e Tupaia gracilis. A causa della loro struttura generale che mantiene molte caratteristiche di primitività dello scheletro, del cervello e della dentatura, le Tupaie vengono spesso definite come i Primati più simili agli Insettivori. Il muso è molto allungato con le orecchie piccole, prive di peli, e gli occhi posti ancora in posizione laterale © Paddy Ryan (sinistra) © Wong Tsu Shi (destra)

Vivono nelle foreste tropicali asiatiche ove si spingono fino a oltre 3000 m di quota. Poche specie sono realmente arboricole e nella maggioranza hanno abitudini diurne e si nutrono di frutta e di insetti che portano alla bocca con le due mani che sono convergenti ma non prensili; per quanto concerne la dieta, fanno eccezione le specie di Dendrogaleus viventi Sudest asiatico che sembrano nutrirsi solo di insetti.

La famiglia è distribuita con circa una dozzina di specie riunite in 4 generi in India e nel Sudest dell’Asia.

Tra le specie più note vanno ricordate la Tupaia propriamente detta (Tupaia glis Diard, 1820), diffusa con oltre una trentina di sottospecie in Indocina e nella Cina meridionale e che deve il nome specifico alla sua somiglianza con un ghiro, la Tupaia maggiore o Tana (Tupaia tana Raffles, 1821), specie che vive in Borneo e a Sumatra e alla quale vengono ascritte circa 15 sottospecie.

Tupaia glis, come suggerisce il nome, assomiglia a un ghiro. È presente con oltre una trentina di sottospecie in Indocina e nella Cina meridionale

Tupaia glis, come suggerisce il nome, assomiglia a un ghiro. È presente con oltre una trentina di sottospecie in Indocina e nella Cina meridionale © Bitty Chong

Ed ancora, la Tupaia delle Filippine o di Mindanao (Urogaleus everetti, Thomas 1892) delle foreste di Mindanao e isole vicine, la Tupaia dell’India o di Madras (Anathana ellioti Waterhouse, 1850), e la Tupaia dei monti o toporagno dalla coda liscia (Dendrogale melanura Thomas, 1892), che vive sui monti delle regioni settentrionali della Cambogia, Borneo e Sumatra.

Lo Ptilocerco dalla coda a piuma o Tupaia dalla coda pennata (Ptilocercus lowii Gray, 1848), diffuso in Asia sud-orientale, si caratterizza per la lunga coda ricoperta da squamette con l’estremità provvista di un ciuffo di peli spioventi su due lati, così da somigliare alla base piumata di una freccia; attribuita in passato ai Tupaidi, attualmente questa specie è l’unico rappresentante della famiglia di Ptilocercidi (Ptilocercidae) che assieme ai Tupaidi costituiscono secondo l’opinione di diversi studiosi l’ordine degli Scandenti.

Lorisidi (Lorisidae)

Chi lo direbbe che questa sorridente scimmietta, un Nycticebus coucang, può essere mortale per l’uomo? Ghiandole all’interno dei gomiti producono infatti un potente veleno che l’animale sparge spesso sul pelo come arma di difesa

Chi lo direbbe che questa sorridente scimmietta, un Nycticebus coucang, può essere mortale per l’uomo? Ghiandole all’interno dei gomiti producono infatti un potente veleno che l’animale sparge spesso sul pelo come arma di difesa © Giuseppe Mazza

Comunemente chiamati Lori, sono Proscimmie confinate in ristretti ambiti territoriali dell’Asia meridionale, ove si sono differenziate diverse sottospecie nel sud dell’India e a Ceylon, e dell’Africa.

Sono animali di piccole dimensioni, pesano circa 250 g, mancano di coda ed hanno muso corto e appuntito.

Gli arti posteriori sono particolarmente lunghi.

Mani e piedi sono prensili, con pollice ed alluce opponibili, e si caratterizzano per il secondo dito che è molto corto o completamente atrofizzato.

Tutte le dita sono provviste di unghie, ad eccezione del secondo dito dei piedi che è armato di un artiglio.

Il pelo della pelliccia è corto e morbido.

Animali dall’aspetto vagamente spettrale, i Lorisidi hanno abitudini notturne e vivono sugli alberi nutrendosi principalmente di insetti. Solitari e particolarmente silenziosi, emettono suoni stridenti, utilizzati soprattutto per la difesa del territorio. Sono particolarmente apprezzati dagli agricoltori delle piantagioni come animali da compagnia.

Attualmente, la famiglia è rappresentata di 5 specie riunite in 4 generi, di cui vanno ricordate il Nitticebo o Lori lento (Nycticebus coucang Boddaert, 1785) e il Lori gracile (Loris tardigradus Linneo, 1758), specie diffuse nell’Asia meridionale; ed ancora l’Artocebo o Maki ursino di Calabar (Arctocebus calabarensis Smith, 1860) e il Perodictus potto (Müller, 1766), volgarmente conosciuto con il nome di Potto, che vivono nella fitta foresta primaria dell’Africa.

Galagidi (Galagidae)

Detti comunemente Galagoni e localmente chiamati Bambini dei boschi, costituiscono una famiglia di Proscimmie i cui rappresentanti, abilissimi saltatori ed arrampicatori, sono di piccole dimensioni, variabili a seconda della specie da poco meno di 100g ad oltre 1 kg.

La coda, lunga e ricoperta di pelo folto ed arruffato, è adoperata come importante organo di equilibrio.

Come in alcuni Lemuri notturni, i Galagoni hanno gli occhi molto grandi e ravvicinati. Dotati di un ottimo udito, si distinguono per avere i padiglioni auricolari che, oltre ad essere vistosamente sviluppati e membranosi, sono dotati di mobilità indipendente e possono essere ripiegati su sé stessi durante il sonno.

Del tutto innocuo il Galago senegalensis comunica nel buio della notte con i suoi simili usando o tipi diversi di richiamo

Del tutto innocuo il Galago senegalensis comunica nel buio della notte con i suoi simili usando o tipi diversi di richiamo © Giuseppe Mazza

Gli arti posteriori sono più lunghi di quelli anteriori con i piedi particolarmente allungati; le dita hanno i polpastrelli espansi a formare dei cuscinetti adesivi. Grazie ad una elevata flessibilità del collo, riescono a ruotare il capo di 180 gradi, come le civette. Sono provvisti di 3 paia di ghiandole mammarie poste in posizione pettorale ed inguinale.

Di abitudini notturne, sono animali arboricoli e si nutrono essenzialmente di insetti, di altri piccoli animali ed anche di frutti.

La famiglia riunisce circa 8 specie, di cui 6 ascritte al genere Galago e 2 ad Otolemur, che vivono nelle fitte foreste o nelle zone a vegetazione sparsa dell’Africa tropicale. Tra le specie di Galagidi, le più note sono il Galagone del Senegal (Galago senegalensis E. Géoffroy, 1796) e il Galagone dalla coda grossa detto anche Comba o Galagone gigante bruno (Otolemur crassicaudatus E. Géoffroy, 1812).

I Tarsidi sono Primati caratterizzati da occhi grandi e globosi, i padiglioni auricolari sviluppati molto mobili e dita lunghe con polpastrelli rigonfi

I Tarsidi sono Primati caratterizzati da occhi grandi e globosi, i padiglioni auricolari sviluppati molto mobili e dita lunghe con polpastrelli rigonfi © George Beccaloni

Tarsidi o Tarsiidi (Tarsiidae)

Debbono il loro nome alla caratteristica, unica nei mammiferi, di avere gli arti posteriori allungati a seguito del notevole sviluppo delle ossa tarsali, anziché metatarsali.

Costituiscono un gruppo di dubbia posizione sistematica; infatti, con il nome di Tarsioidei, alcuni studiosi li considerano un sottordine dei Primati, distinti da Proscimmie e Scimmie, altri invece li collocano tra queste ultime, per la presenza di caratteri anatomici di importanza filogenetica, in particolare la completa frontalizzazione degli occhi e la mancanza del rinario.

Riuniscono forme, dalle dimensioni di un grosso topo, con peso mediamente compreso tra 80 e 150 g, con capo arrotondato e occhi grandi e globosi; i padiglioni auricolari sono variamente sviluppati, talora grandi, privi di peli e molto mobili.

Classificato da alcuni studiosi tra le Scimmie per la posizione decisamente frontale degli occhi e l’assenza del rinario, il Tarsio spettro o Maki folletto (Tarsius tarsier) è l’unico tra i Primati a dieta esclusivamente carnivora

Classificato da alcuni studiosi tra le Scimmie per la posizione decisamente frontale degli occhi e l’assenza del rinario, il Tarsio spettro o Maki folletto (Tarsius tarsier) è l’unico primate a dieta esclusivamente carnivora © Paddy Ryan

Tutte le dita, lunghe e con i polpastrelli rigonfi, sono provviste di unghie appiattite ad eccezione del secondo e terzo dito dei piedi in cui le unghie sono simili a piccoli artigli, utilizzati per la toelettatura del corpo.

Il pollice è poco opponibile mentre l’alluce lo è pienamente. La coda è molto lunga e sottile, priva di peli ad eccezione di un pennacchio sulla punta.

Animali arboricoli di straordinaria agilità, attualmente i Tarsidi sono relegati nelle foreste di media e bassa quota del Sudest asiatico ove rappresentano un relitto in passato diffuso anche in Europa e Nord America.

Dotati di vista ed udito eccezionalmente acuti, hanno abitudini crepuscolari o notturne e si nutrono in prevalenza di invertebrati, come insetti e ragni, e piccoli rettili vertebrati, quali rane e lucertole.

Le femmine sono provviste di 2-3 paia di mammelle e , dopo una gestazione di circa 6 mesi, danno alla luce un solo figlio, che dopo alcune ore è già in grado di aggrapparsi e arrampicarsi.

Sino a poco tempo fa, alla famiglia veniva attribuito uncamente il genere Tarsius, con le specie: il Tarsio spettro o Maki folletto (Tarsius tarsier Erxleben, 1777), nella quale confluisce come sinonimo il Tarsius spectrum (Pallas, 1779), il Tarsio delle Filippine (Tarsius syrichta) e il Tarsio della Malesia (Tarsius bancanus).

Recentemente però, anche il genere Tarsius è stato oggetto di revisione e oggi il Tarsio delle Filippine è stato riclassificato come Carlito syrichta (Linneo, 1758), unica specie del genere Carlito, mentre il Tarsio della Malesia viene attribuito al genere Cephalopachus con il nome specifico di Cephalopachus bancanus (Horsfield, 1821); questa specie, frazionata in tre sottospecie, oltre che nelle isole di Borneo e Sumatra,  vive anche in numerose piccole isole circostanti.

SCIMMIE (Simiiformes)

Detti anche Antropoidei o Simioidei, costituiscono un gruppo, più omogeneo delle Proscimmie e dalle quali si differenziano per tutta una serie di peculiarità anatomiche e comportamentali, in cui le caratteristiche evolutive dei Primati raggiungono le espressioni più tipiche e complete. In particolare, nelle Scimmie si afferma il completo raddrizzamento del tronco, la riduzione del senso dell’olfatto, la posizione anteriore degli occhi con il perfezionamento della visione stereoscopica e a colori, lo sviluppo del cervello che diviene più strutturato e più pesante rispetto al peso corporeo; parallelamente, le capacità intellettive e di manipolazione si sviluppano per raggiungere soprattutto in oranghi, scimpanzé e quindi nell’uomo i più alti livelli conosciuti nel mondo animale.

Vi afferiscono specie di dimensioni comprese tra quelle di uno scoiattolo come gli Uistitì e i Tamarini, della famiglia dei Cebidi, a quelle del gorilla dell’Africa, Gorilla gorilla, della famiglia degli Ominidi, che può raggiungere, ed anche superare, i 180 cm di altezza e pesare mediamente 150-180 kg.

Anche se si muove spesso a 4 zampe questo Gorilla gorilla non pare per niente impacciato nel camminare eretto

Anche se si muove spesso a 4 zampe questo Gorilla gorilla non pare per niente impacciato nel camminare eretto © Giuseppe Mazza

Le Scimmie hanno il capo spesso arrotondato, con il muso di conformazione molto variabile, da corto a molto sporgente. La faccia è più o meno sprovvista di pelosità e in talune specie è contornata da una barba.

Il rinario e le vibrisse sono sostituiti da un naso con narici più o meno ravvicinate; tipicamente le orecchie hanno il padiglione poco sviluppato.

Nella maggior parte delle specie, mani e piedi sono prensili con pollice ed alluce generalmente opponibili. Il corpo è ricoperto di pelosità meno folta che nelle Proscimmie; la pelle è riccamente pigmentata e nelle zone glabre del viso, della regione genitale e delle natiche può assumere tonalità vistosamente colorate, come si osserva nel Mandrillo (Mandrilus sphinx Linneo,1758).

Le Scimmie sono provviste di vere e proprie ghiandole sudoripare e di un paio di ghiandole mammarie situate nella regione pettorale, in relazione alla postura più o meno eretta del corpo.

In alcuni, cinocefali e gibboni, sono presenti callosità ischiatiche, caratteristici cuscinetti pelvici che consentono a questi animali di dormire in posizione eretta su rami sottili, senza cadere e fuori dalla portata dei predatori.

In rapporto al tipo di movimento, gli arti anteriori e posteriori sono di lunghezza uguale o differente.

La coda può essere di varia lunghezza o addirittura mancante come negli Ominidi; è prensile solo in alcune specie del continente americano.

Le Scimmie vengono suddivise in due gruppi che si ritiene si siano originati a partire da uno stesso progenitore e che abbiano subito una diversa storia evolutiva a seguito del loro isolamento conseguente alla separazione del continente sudamericano da quello africano provocato dalla deriva dei continenti. Il lungo isolamento, iniziato nell’Oligocene e durato circa 40 milioni di anni, ha portato all’attuale differenziamento delle scimmie dell’America del Sud da quelle dell’Africa; tale motivo sta alla base della distinzione tra Scimmie del Nuovo Mondo (Platirrine) e Scimmie del Vecchio Mondo (Catarrine) alle quali alcuni studiosi riconoscono lo status sistematico di infraordini.

Platirrine (Platyrrhini)

Le Scimmie Platirrine, o Scimmie del Nuovo Mondo, rappresentano un ramo evolutivo che si è differenziato nel Sudamerica ove sono rimaste isolate dalle Scimmie africane a seguito della separazione del continente africano dall’America del sud; il lungo isolamento subito, circa 40 milioni di anni, ha orientato verso due percorsi evolutivi distinti le Scimmie sudamericane e quelle africane portando alla diversificazione di Platirrine e Catarrine.

Alouatta caraya femmina. Le Scimmie del Nuovo Mondo, note anche come Platirrine, si caratterizzano per il naso largo e piatto con narici distanti e rivolte lateralmente. Molte specie, come questa, possiedono una lunga coda prensile che utilizzano negli spostamenti fra i rami come un vero e proprio quinto arto

Alouatta caraya femmina. Le Scimmie del Nuovo Mondo, note anche come Platirrine, si caratterizzano per il naso largo e piatto con narici distanti e rivolte lateralmente. Molte specie, come questa, possiedono una lunga coda prensile che utilizzano negli spostamenti fra i rami come se fosse un vero e proprio quinto arto © Rodrigo Conte

Oggi le Platirrine sono rappresentate da specie che, come indica il nome, si distinguono dalle Catarrine per avere un naso largo e piatto con narici distanti e rivolte lateralmente.

Sono animali di piccole e medie dimensioni, che variano dai 20-30 cm di lunghezza totale per un peso di circa 100 g dell’Uistitì pigmeo (Callithrix pygmaea Spix, 1823) per raggiungere e superare anche il metro di lunghezza ed il peso di 10 kg nelle scimmie urlatrici del genere Alouatta e nelle scimmie lanose (Lagothrix).

Di abitudini prevalentemente diurne e molto ben adattate alla vita sugli alberi della foresta tropicale, queste Scimmie hanno lunghe braccia e pollice non opponibile alle altre dita.

Di abitudini prevalentemente diurne, le Scimmie Platirrine sono ben adattate alla vita sugli alberi della foresta tropicale tra i cui rami si muovono velocemente. La loro dieta è onnivora o prevalentemente folivora, come nell’Aluatta rossa (Alouatta seniculus). La bocca è tipicamente provvista di 12 premolari

Di abitudini prevalentemente diurne, le Scimmie Platirrine sono ben adattate alla vita sugli alberi della foresta tropicale tra i cui rami si muovono velocemente. La loro dieta è onnivora o prevalentemente folivora, come nell’Aluatta rossa (Alouatta seniculus). La bocca è tipicamente provvista di 12 premolari © Giuseppe Mazza

La coda può essere lunga e dotata di prensilità come nella famiglia dei Cebidi, oppure di più minute dimensioni con apice a fiocco simile a quella degli scoiattoli, come nella famiglia dei Callitricidi.

Tra le Scimmie meno evolute, a differenza delle Catarrine, le Platirrine sono prive di tasche guanciali e di callosità ischiatiche e, con l’eccezione delle scimmie urlatrici (Alouatta), mancano anche della visione a colori. La bocca è provvista di 12 premolari, mentre le Scimmie Catarrine ne contano 8.

Le Platirrine conducono quasi esclusivamente vita arboricola ed hanno a abitudini prevalentemente diurne; fanno eccezione i rappresentanti della famiglia degli Aotidi che conducono vita notturna. La dieta delle Scimmie Platirrine è essenzialmente onnivora, con prevalenza di materiale vegetale o animale.

Solitamente costituiscono coppie monogame stabili e le cure parentali dei cuccioli sono affidate soprattutto al maschio, mentre la femmina praticamente si limita al loro allattamento.

La sistematica delle Platirrine, alle quali sino a poco tempo fa veniva ascritta l’unica superfamiglia dei Ceboidei, a sua volta frazionata nella famiglia dei Cebidi ed in quella dei Callicitridi, è stata messa in discussione dalla recente classificazione basata sulla comparazione del DNA mitocondriale che ha evidenziato l’esistenza di affinità più o meno strette tra le varie famiglie.

Ritenendo che la revisione delle Platirrine non sia ancora chiaramente definita, in questa sede riteniamo opportuno limitarci a proporre la suddivisione delle scimmie del Nuovo Mondo nelle famiglie dei Cebidi, Aotidi, Atelidi e Pitelidi.

Cebidi (Cebidae)

Comprendono scimmie di dimensioni piccole e medie, comprese tra i 20-30 cm di lunghezza totale per un peso di circa 100 g dell’Uistitì pigmeo (Callithrix pygmaea Spix, 1823) e i circa 80 cm per un peso di 4 kg del Cebo dal ciuffo (Sapajus robustus Kuhl, 1820).

Alouatta pigra. Fra le scimmie Platirrine solo le Alouatta hanno la percezione dei colori

Alouatta pigra. Fra le scimmie Platirrine solo le Alouatta hanno la percezione dei colori © Sue Milks

Si tratta di Scimmie di abitudini arboricole e diurne, essenzialmente onnivore, nutrendosi di materiale vegetale (foglie, fiori, germogli, frutta, linfa) ed anche animale (insetti, uova e piccoli vertebrati).

Alla famiglia vengono ascritte le Scimmie diffuse nell’America centrale e meridionale, conosciute coi nomi comuni di Uistitì, Tamarini, Scimmie scoiattolo o Saimiri e Cebi.

Animali sociali, vivono in gruppi di dimensioni variabili a seconda della specie.

Le femmine hanno una gestazione che dura 90-120 giorni, al termine dei quali partoriscono solitamente un unico cucciolo o due gemelli.

L’attuale classificazione ascrive alla famiglia 7 generi nei quali vengono riunite oltre 50 specie e di cui a seguire si forniscono informazioni essenziali.

Callimico

È un genere che comprende una sola specie, comunemente conosciuta con i nomi di Tamarino di Göeldi o Tamarino saltatore o Callimico (Callimico göeldii Thomas, 1904), che vive nel folto sottobosco della foresta amazzonica di Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia.

Il Callimico è una scimmia che raggiunge circa 50 cm di lunghezza, di cui più di metà spettano alla coda, per un peso di circa 600 g.

Il muso, le mani e i piedi sono neri, il mantello è di colore bruno scuro o nero con macchie bianche e una sorta di gualdrappa di pelo più lungo sul collo e sulle spalle. Le unghie sono tutte appuntite, fatta eccezione per l’unghia del pollice, che è larga e appiattita.

Animali diurni, vivono in gruppi comprendenti 5-6 individui, che si mantengono in contatto grazie a una serie di richiami acuti, spesso anche ultrasuoni non percepibili all’orecchio umano. Molto agile, il Callimico deve anche il nome di Tamarino saltatore al fatto che si muove da un ramo all’atro mediante salti che possono superare anche i 4 metri.

La dieta è costituita essenzialmente di frutta, insetti, piccoli vertebrati e, durante la stagione secca, anche di varie specie di funghi commestibili.

Callithrix jacchus è una platirrina inconfondibile per i suoi due ciuffi bianchi in corrispondenza delle orecchie

Callithrix jacchus è una platirrina inconfondibile per i suoi due ciuffi bianchi in corrispondenza delle orecchie © Giuseppe Mazza

Le femmine, dopo una gestazione che mediamente circa 100 giorni, partoriscono un unico cucciolo, che viene accudito da entrambi i genitori.

Callithrix

È un genere che riunisce specie diffuse nella foresta pluviale dell’America meridionale comunemente note con i nomi di Uistitì o Marmose. Si tratta di Scimmie che, rispetto alle altre Platirrine, mantengono numerose caratteristiche di primitività, quali unghie simili ad artigli, presenza di vibrisse e assenza del terzo molare (denti del giudizio).

Nel genere vengono comprese specie di piccola taglia, lunghe mediamente una quarantina di centimetri o anche meno, compresa la coda che è più lunga del corpo e non è prensile.

Callithrix pygmaea col piccolo. Vive nell'alto bacino del Rio delle Amazzoni in foreste periodicamente allagate e ricche di sottobosco. Come Callithrix jacchus è una specie resinifera obbligata. Si nutre infatti intaccando la corteccia degli alberi con gli incisivi inferiori lunghi e molto appuntiti per succhiare linfa e gommoresina

Callithrix pygmaea col piccolo. Vive nell’alto bacino del Rio delle Amazzoni in foreste periodicamente allagate e ricche di sottobosco. Come Callithrix jacchus è una specie resinifera obbligata. Si nutre infatti intaccando la corteccia degli alberi con gli incisivi inferiori lunghi e molto appuntiti per succhiare linfa e gommoresina © Bo Jonsson

Animali molto attivi, gli Uistitì si alimentano principalmente di frutta e di insetti; alcune specie invece si nutrono essenzialmente di linfa e gommoresina che fanno colare dagli alberi incidendone la corteccia con gli incisivi inferiori molto appuntiti; in particolare lo Uistitì dai pennacchi bianchi (Callithrix jacchus Linneo 1758) e l’Uistitì pigmeo (Callithrix pygmaea Spix, 1823) vengono considerati resinivori obbligati.

Animali arboricoli, gli Uistitì vivono solitamente in cima ai grandi alberi tra i cui rami si spostano con molta agilità sui quattro arti e utilizzando la coda per l’equilibrio. Costituiscono gruppi familiari, composti da tre a quindici elementi. Nella maggior parte delle specie la femmina partorisce due cuccioli che vengono accuditi da tutti i componenti del gruppo.

Dal punto di vista tassonomico la situazione del genere non è ancora ben definita in quanto attualmente alcuni studiosi fanno confluire all’interno di Callithrix, declassandoli al rango di sottogeneri, Cebuella, Calibella, Mico che invece altri studiosi continuano a considerare come altrettanti generi distinti.

Leontopithecus rosalia, detta scimmia leonina per i ciuffi di pelo erettile sui lati del volto che formano una criniera, vive nella foresta atlantica costiera del Brasile meridionale

Leontopithecus rosalia, detta scimmia leonina per i ciuffi di pelo erettile sui lati del viso che formano una criniera, vive nella foresta atlantica costiera del Brasile meridionale © Bo Jonsson

Comunque sia, a prescindere delle diverse opinioni, possiamo dire che al gruppo Callithrix  afferiscono circa una ventina di specie tra cui ben noti sono l’Uistitì dai pennacchi bianchi (Callithrix jacchus), un tempo diffuso in tutto il Brasile orientale, oggi confinato nella foresta atlantica della zona sud-orientale, l’Uistitì pigmeo (Callithrix pygmaea o Calibella pygmaea ) che vive nell’alto bacino del Rio delle Amazzoni e l’Uistitì argentato o Mico argentato (Callithrix argentata o Mico argentatus) che si rinviene in ambienti di foreste pluviali del bacino amazzonico sud-orientale.

Leontopithecus (=Leontocebus)

È un genere nel quale vengono riunite specie che vivono nella foresta brasiliana del versante atlantico ove vivono relegate in areali ristretti e con popolazioni piuttosto esigue. In riferimento all’aspetto leonino dovuto ai ciuffi di pelo erettile ai lati della faccia, simili ad una criniera (dal greco “scimmia leone”), vengono indicate con il nome collettivo di Leontocebi, ma anche di Scimmie leonine o Uistitì dalla criniera. Sono scimmie le cui dimensioni mediamente si aggirano sui 40 cm per un peso inferiore ad 1 kg.

Saguinus labiatus e Saguinus imperator sono cebidi distinti dalle altre Platirrine per le dita armate d’artigli

Saguinus labiatus e Saguinus imperator sono cebidi distinti dalle altre Platirrine per le dita armate d’artigli © Giuseppe Mazza (sinistra) © Giuseppe Morlando (destra)

Saguinus fuscicollis vive in gruppi di 3-10 individui, guidati da una femmina dominante fra i rami delle foreste pluviali, in cerca di frutti, nettare e insetti di buona taglia. Percorrono anche 2 km al giorno con qualche preziosa leccatina, ricca di calcio, alla linfa e alla resina che esce dai tagli provocati dagli Uistitì

Saguinus fuscicollis vive in gruppi di 3-10 individui, guidati da una femmina dominante fra i rami delle foreste pluviali, in cerca di frutti, nettare e insetti di buona taglia. Percorrono anche 2 km al giorno con qualche preziosa leccatina, ricca di calcio, alla linfa e alla resina che esce ancora dai tagli provocati dagli Uistitì © Harvey Barrison

Di abitudini diurne ed arboricole, hanno una dieta onnivora cibandosi prevalentemente di insetti e delle loro larve, che stanano grattando nel legno marcio con le unghie appuntite, ma anche di piccoli vertebrati e di frutta.

Vivono riuniti in piccoli gruppi familiari; le femmine danno alla luce una coppia di cuccioli di cui si prendono cura entrambi i genitori.

Al genere vengono attribuite quattro specie distinguibili tra loro per la diversa colorazione del mantello, tra cui la grande Scimmia leonina o Leontocebo rosalia (Leontopithecus rosalia Linneo, 1766), delle foreste del Brasile, oggi seriamente minacciata di estinzione.

Saguinus

Divertente famigliola di Cebus capucinus con genitori inquieti e un piccolo che dorme beatamente

Divertente famigliola di Cebus capucinus con genitori inquieti e un piccolo che dorme beatamente © Jason McCombe

Altro genere nel quale vengono raggruppate specie di Cebidi che si distinguono dalle altre Platirrine, oltre che per le piccole dimensioni, comprese tra i 20 e i 40 cm, esclusa la coda, per un peso di 400-800 g, anche per avere le dita armate di unghie modificate in artigli.

Comunemente indicate anche con il nome di Tamarini, queste Scimmie si caratterizzano per la presenza di peli facciali allungati a forma di barba e baffi e per il mantello che è di colore nero o bruno, più chiaro o bianco sulla parte ventrale.

Di abitudini diurne, questi Tamarini sono animali frugivori ed insettivori che vivono in gruppi più o meno numerosi in ambienti forestali dell’America centrale e meridionale;

L’organizzazione sociale di queste Platirrine è tipica per la tendenza a formare coppie riproduttive stabili; le femmine frequentemente danno alla luce due cuccioli che vengono accuditi soprattutto dal padre, mentre la madre provvede soprattutto al loro allattamento.

A seguito di diverse revisioni tassonomiche, attualmente al genere Saguinus vengono ascritte poco meno di una ventina di specie.

Le più conosciute sono il Tamarino dai mustacchi (Saguinus labiatus Géoffroy, 1812), il Tamarino imperatore (Saguinus imperator Goeldi, 1907) e il Tamarino a dorso bruno (Saguinus fuscicollis Spix, 1823).

Cebus

Genere di Cebidi al quale vengono ascritte Scimmie Platirrine di taglia media, 110 cm di lunghezza totale massima per un peso di circa 6 kg, con la coda lunga quanto il resto del corpo, portata spesso arricciata o arcuata a virgola verso il basso.

Diffuse dall’Honduras al Paraguay ed all’Argentina settentrionale, le specie di questo genere sono comunemente conosciute con il nome collettivo di Cebi (dal greco Kébos, “scimmia dalla coda lunga”) o Cappuccine a causa della colorazione del mantello che ricorda gli abiti di un monaco francescano.

I Cebus capucinus vivono in gruppi di una ventina d’individui, spesso chiassosi, con una coppia dominante. I maschi difendono il territorio e le femmine fanno da sentinelle

I Cebus capucinus vivono in gruppi di una ventina d’individui, spesso chiassosi, con una coppia dominante. I maschi difendono il territorio e le femmine fanno da sentinella © Jess Findlay

Tutte le specie del genere hanno abitudini diurne ed arboricole; la dieta è essenzialmente a base di frutta e semi, integrata con uccelli e le loro uova, insetti e piccoli vertebrati.

I Cebi vivono in gruppi più o meno numerosi, costituiti di 6-40 componenti, ed hanno abitudini sociali straordinariamente simili a quelle delle Scimmie del Vecchio Mondo (Catarrine); ciò probabilmente rappresenta un caso di convergenza evolutiva dovuta a stili di vita simili nei due continenti.

Solitamente le femmine si riproducono ogni due anni e, dopo una gestazione di circa sei mesi, partoriscono un solo piccolo che inizialmente portano attaccato al petto.

Cebus albifrons assomiglia a Cebus capucinus ma il volto è circondato da una fascia chiara ben visibile nel piccolo. Non manca, anche qui, il cappuccio nero sul capo

Cebus albifrons assomiglia a Cebus capucinus ma il volto è circondato da una fascia chiara ben visibile nel piccolo. Non manca, per contro, il cappuccio nero sul capo © Christopher S. Wood

Considerati tra i più intelligenti fra le Platirrine, i Cebi sono in grado di utilizzare strumenti, quali sassi e pezzi di legno, per spaccare i gusci dei semi o altro materiale di cui si cibano.

Delle 14 specie che attualmente vengono attribuite al genere vanno menzionate il Cebo dell’Ecuador (Cebus aequatorialis Allen, 1914), che popola gli ambienti forestali della costa pacifica dell’Ecuador, il Cebo dalla fronte bianca (Cebus albifrons Humboldt, 1812) che vive nelle foreste pluviali primarie e secondarie delle regioni nord-occidentali dell’America del Sud, il Cebo cappuccino (Cebus capucinus Linneo, 1758) che occupa un vasto areale che va dall’Honduras al Brasile centro-occidentale e il Cebo della Colombia (Cebus versicolor Pucheran, 1845), specie diffusa in Colombia.

Saimiri sciureus, detta Scimmia scoiattolo per la taglia modesta e l’agilità con cui si muove fra i rami, può formare gruppi di 300 unità gerarchicamente riunite in sottogruppi

Saimiri sciureus, detta Scimmia scoiattolo per la taglia modesta e l’agilità con cui si muove fra i rami, può formare gruppi di 300 unità gerarchicamente riunite in sottogruppi © Giuseppe Mazza

Saimiri

È un genere diffuso nella foresta tropicale dell’America Centrale e Meridionale. Riunisce specie conosciute con diversi nomi, quali Scimmie scoiattolo, Saimiri e Crisotrici (pelo d’oro); sono anche chiamate Scimmie testa di morto per il particolare aspetto determinato dalla colorazione della faccia, che presenta muso e occhi neri con una caratteristica mascherina bianca attorno agli occhi.

Le dimensioni dei Saimiri variano dai 60 ai 75 cm per un peso compreso fra gli 800 ed i 1200 g; la coda è solitamente più lunga del corpo e viene utilizzata come bilanciere durante i loro movimenti fra i rami. Tipicamente le femmine possiedono uno pseudo-pene che espongono come strumento di intimidazione nelle manifestazioni di dominanza.

Saimiri oerstedii assomiglia a Saimiri sciureus ma il dorso è bruno-rossiccio e, ormai rara, vive in gruppi di poche unità

Saimiri oerstedii assomiglia a Saimiri sciureus ma il dorso è bruno-rossiccio e, ormai rara, vive in gruppi di poche unità © Jason McCombe

Di abitudini diurne ed arboricole, i Saimiri vivono in gruppi di solito molto numerosi, comprendenti maschi e femmine in proporzione variabile. Animali onnivori, si nutrono essenzialmente di frutta e insetti e, occasionalmente, anche di piccoli vertebrati.

Si riproducono con cadenza stagionale in modo tale che, dopo circa cinque mesi di gravidanza, la nascita dell’unico piccolo possa avvenire durante la stagione delle piogge; la femmina è l’unica a prendersi cura del cucciolo.

Attualmente al genere vengono ascritte cinque specie distinguibili tra loro sulla base della forma della mascherina attorno agli occhi, tra cui il Saimiri, noto anche come Crisotrice o Scimmia scoiattolo (Saimiri sciureus Linneo, 1758) diffuso nella maggior parte del Sudamerica tropicale, dal Venezuela all’Argentina settentrionale, e il Saimiri del Centro America (Saimiri oerstedii Reinhardt, 1872) che vive sul versante pacifico dell’America Centrale.

Un giovane Sapajus apella guarda e impara. I Sapajus sono Cebidi molto intelligenti, d’aspetto simile alle scimmie cappuccine ma più robusti

Un giovane Sapajus apella guarda e impara. I Sapajus sono Cebidi molto intelligenti, d’aspetto simile alle scimmie cappuccine ma più robusti © Giuseppe Mazza

Sapajus

È un genere di Cebidi i cui componenti sono di aspetto molto simile alle scimmie cappuccine del genere Cebus da cui vengono distinte soprattutto per le dimensioni più robuste; in verità la validità tassonomica del genere rimane ancora da definire nelle caratteristiche distintive.

Attualmente Sapajus viene frazionato in 7-8 specie tra le quali ricordiamo il Cebo dai cornetti (Sapajus apella Linneo 1758), noto anche come Cebo bruno, Cebo dal cappuccio nero o Scimmia Pin, ampiamente diffuso nel bacino dell’Amazzonia, Il Cebo dorato o Cappuccina bionda (Sapajus flavius Schreber, 1774) che vive nelle aree costiere del Brasile nord-orientale: ed ancora il Cebo striato o Cebo barbuto (Sapajus libidinosus Spix, 1923) che frazionato in diverse sottospecie è diffuso nei territori centro orientali del Sudamerica.

Un adulto di Sapajus apella con i caratteristici cornetti. Questa specie, dal cervello decisamente grande rispetto alla taglia, è onnivora e opportunista

Un adulto di Sapajus apella con i caratteristici cornetti. Questa specie, dal cervello decisamente grande rispetto alla taglia, è onnivora e opportunista © Giuseppe Mazza

Altre specie del genere sono il Cebo testagrossa (Sapajus macrocephalus Spix, 1823) che si rinviene nella foresta pluviale della zona pedemontana ad est delle Ande, Il Cebo nero (Sapajus nigritus Goldfuss, 1809) del Brasile sud-orientale ed Argentina settentrionale e il Cebo dal ciuffo (Sapajus robustus Kuhl, 1820), specie endemica dei territori di foresta atlantica del Brasile sud-orientale.

Infine, il Cebo dal ventre dorato o Cebo testabruna (Sapajus xanthosternos Wied, 1826) è attualmente confinato nei territori sud-orientali dello stato brasiliano di Bahia.

Aotidi (Aotidae)

I rappresentanti di questa famiglia vengono così chiamati, dal latino senza orecchie, per fatto che a prima vista sembrano privi di padiglione auricolare che invece è molto ridotto e nascosto dai peli.

Una famiglia di Aotus trivirgatus. Gli Aotus sono animali notturni, che riposano in genere durante il giorno nelle cavità dei tronchi d'albero

Una famiglia di Aotus trivirgatus. Gli Aotus sono animali notturni, che riposano in genere durante il giorno nelle cavità dei tronchi d’albero © Bosse Skansen-Akvariet

Altri nomi con cui sono comunemente note queste Scimmie Platirrine sono quelli di Mirichine, Aoti, Nittipiteci e Saltatori notturni.

Gli Aotidi costituiscono una famiglia di Platirrine dalle caratteristiche piuttosto primitive, diffusa nell’America centro-meridionale, tra Panama ed i territori più settentrionali dell’Argentina.

Sono Scimmie di modeste dimensioni, solitamente con corpo di lunghezza variabile da 25 ad oltre meno di 50 cm e con la coda lunga circa una volta e mezza il resto del corpo; gli occhi sono molto grandi, in rapporto alle abitudini da animali notturni. Il colore del mantello è molto vario, in relazione alla posizione geografica.

Animali arboricoli, gli Aotidi vivono nelle foreste pluviali e nella savana o in loro prossimità ove si nutrono essenzialmente di frutta, foglie e insetti.

Anche questo gruppetto di Aotus azarae esce al crepuscolo. Ma si tratta di scimmiette prive del tapetum lucidum tipico delle specie che si muovono alla luce lunare. Per meglio raccoglierla hanno quindi sviluppato occhi enormi e affinato l’olfatto. Cercano piccoli frutti maturi, fiori ricchi di nettare, teneri germogli, insetti e uova d’uccelli

Anche questo gruppetto di Aotus azarae esce al crepuscolo. Ma si tratta di scimmiette prive del tapetum lucidum tipico delle specie che si muovono alla luce lunare. Per meglio raccoglierla hanno quindi sviluppato occhi enormi e affinato l’olfatto. Cercano piccoli frutti maturi, fiori ricchi di nettare, teneri germogli, insetti e uova d’uccelli © Kathy Malone (sinistra) © Rodrigo Conte (destra)

Si riproducono una volta l’anno e la femmina partorisce un solo cucciolo che inizialmente viene accudito dalla madre e quindi dal padre. Vivono in piccoli gruppi familiari e di solito formano coppie stabili.

La famiglia comprende soltanto il genere Aotus al quale attualmente alcuni autori attribuiscono una decina di specie; ma, anche in questo caso, non c’è accordo in quanto alcuni propendono al mantenimento della vecchia classificazione, considerando tutte le altre soltanto varietà locali, altri ancora riconoscono validità specifica solo all’Aoto dalle tre strisce o Mirichina (Aotus trivirgatus Humboldt, 1811), che vive nelle calde foreste pluviali del Venezuela e dei territori centrosettentrionali del Brasile, e all’Aoto di Azara (Aotus azarae Humboldt, 1811) che si rinviene nell’area centrale del Sudamerica.

Alouatta pigra. vive in gruppi di 5-10 individui con un maschio dominante, varie femmine e i cuccioli

Alouatta pigra. vive in gruppi di 5-10 individui con un maschio dominante, varie femmine e i cuccioli © Kathleen Keen

Atelidi (Atelidae)

Sono una famiglia di Scimmie Platirrine i cui rappresentanti vivono in America centrale e meridionale.

Sono animali le cui dimensioni, a seconda della specie, variano dai 35 cm di alcune Scimmie ragno (Ateles) agli oltre 90 cm delle Scimmie urlatrici (Alouatta) e di quelle del genere Brachyteles.

Gli Atelidi riuniscono specie provviste di lunghe code prensili che utilizzano a guisa di quinto arto per una migliore presa fra i rami.

Le prime due dita delle mani sono opponibili alle restanti tre.

La maggior parte delle specie hanno abitudini diurne e solitamente vivono sugli alberi della foresta pluviale ma si rinvengono anche nella savana alberata.

Si nutrono principalmente di foglie e frutti, ma anche di insetti.

Animali poligami, gli Atelidi vivono solitamente riuniti in gruppi numerosi, composti fino a venti e più adulti; non di rado, un singolo maschio tende ad imporsi e scacciare gli altri, formando un harem. Le femmine, dopo una gestazione di 6-7 mesi, partoriscono un solo cucciolo.

Attualmente alla famiglia vengono ascritte complessivamente circa 25 specie distribuite nei generi Alouatta, Ateles, Brachyteles, Lagothrix e Oreonax.

Alouatta

È un genere di Atelidi le cui specie popolano le foreste pluviali dell’America centrale e meridionale. Sono Platirrine le cui dimensioni variano a seconda della specie da 50 ad oltre 90 cm per un peso che supera i 10 kg; la coda, lunga quanto il resto del corpo, è prensile.

L’abitudine di utilizzare molto la comunicazione vocale che è particolarmente potente, ha fatto meritare alle specie del genere il nome di scimmie urlatrici. Tale caratteristica è legata alla presenza di un osso ioide conformato in maniera particolare che permette loro di emettere dei particolari suoni, assimilabili a ruggiti nei maschi e grugniti nelle femmine, che hanno anche funzione di demarcazione e rivendicazione del territorio. Amplificati dalla laringe ingrossata e sacciforme, i richiami delle Scimmie urlatrici sono udibili fino ad oltre 5 km di distanza.

Di abitudini diurne, a differenza di altre Platirrine le specie del genere hanno una visione a colori.

Alouatta seniculus, presente dalla Colombia alla Bolivia, ha la più ampia distribuzione geografica dei primati del Nuovo Mondo

Alouatta seniculus, presente dalla Colombia alla Bolivia, ha la più ampia distribuzione geografica dei primati del Nuovo Mondo © Alex Pareja

Le Scimmie urlatrici si nutrono esclusivamente di vegetali, principalmente di foglie.

Animali piuttosto lenti nei movimenti, passano buona parte del loro tempo in stato di completa inattività.

Al genere vengono attribuite una decina di specie tra cui l’Aluatta nera (Alouatta caraya Humboldt, 1812) che vive nella foresta pluviale di Brasile, Bolivia, Paraguay e nord dell’Argentina, l’Aluatta dal mantello (Alouatta palliata Gray, 1849), dal pelo uniformemente nero e diffusa negli ambienti forestali fra il Messico meridionale e l’Ecuador occidentale, l’Aluatta del Guatemala (Alouatta pigra Lawrence,1933) del Messico sud-orientale e l’Aluatta dalle mani rosse (Alouatta belzebul Linneo,1766) del Brasile settentrionale ed orientale.

L'Aluatta dal mantello (Alouatta palliata) vive in gruppi di circa 15 individui gerarchizzati, con tre femmine almeno per ogni maschio

L’Aluatta dal mantello (Alouatta palliata) vive in gruppi di circa 15 individui gerarchizzati, con tre femmine almeno per ogni maschio © Gabriel Leboff

Nell’Aluatta dalle mani rosse (Alouatta belzebul) anche la punta della coda prensile è rossiccia. Si nutre di vegetali nelle foreste del Brasile settentrionale ed orientale

Nell’Aluatta dalle mani rosse (Alouatta belzebul) anche la punta della coda prensile è rossiccia. Si nutre di vegetali nelle foreste del Brasile settentrionale ed orientale © George Lin

Ed ancora, è da ricordare l’Aluatta rossa (Alouatta seniculus Linneo, 1766) che, ripartita in diverse sottospecie, vive nelle paludi di mangrovie e nelle foreste tropicali dei territori settentrionali del Sudamerica.

Ateles

È un genere di Scimmie Atelidi al quale vengono ascritte specie che si caratterizzano per le zampe particolarmente lunghe, le anteriori maggiormente delle posteriori; le mani hanno il pollice non opponibile e 4 dita lunghe e ricurve ad uncino; i piedi hanno 5 dita.

Comunemente note come Ateli o, in riferimento all’aspetto, anche Scimmie ragno, specie del genere si caratterizzano per avere testa piuttosto piccola e narici molto distanziate fra loro.

Ateles paniscus. Le scimmie di questo genere sono caratterizzate da zampe particolarmente lunghe, soprattutto le anteriori, donde il nome volare di scimmie ragno

Ateles paniscus. Le scimmie di questo genere sono caratterizzate da zampe particolarmente lunghe, soprattutto le anteriori, donde il nome volare di scimmie ragno © Giuseppe Mazza

Le dimensioni mediamente arrivano a circa 70 cm di lunghezza, per un peso che aggira attorno ai 6 kg. La coda, lunga anche sino a 90 cm, prensile e particolarmente forte, viene utilizzata come quinto arto per spostarsi tra i rami e come bilanciere quando si muovono sul terreno. Diffusi nella foresta pluviale primaria dell’America centrale e meridionale, le Scimmie ragno vivono riunite in gruppi di 15-25 individui diretti da una femmina dominante. Tra le più intelligenti dell’ordine, a differenza delle Scimmie urlatrici, le Scimmie ragno comunicano fra loro assumendo differenti posture, piuttosto che mediante vocalizzazioni.

Attualmente sulla ripartizione specifica del genere non c’à ancora identità di vedute; alcuni studiosi ascrivono ad Ateles 7 specie tra cui l’Atele belzebù (Ateles belzebuth Géoffroy, 1806) che vive nelle foreste pluviali dell’Amazzonia settentrionale, e la Scimmia ragno di Geoffroy (Ateles geoffroyi Kuhl, 1820), il cui areale si estende dal Messico fino a parte della Colombia.

La robusta coda prensile della Ateles geoffroyi può sostenere anche 9 kg di peso. Considerata in pericolo dalla IUCN è una specie che nutre prevalentemente di frutta matura

La robusta coda prensile della Ateles geoffroyi può sostenere anche 9 kg di peso. Considerata in pericolo dalla IUCN è una specie che nutre prevalentemente di frutta matura © Douglas Hachenberg

Brachyteles

Comunemente indicati con i nomi di Brachiteli, in relazione alle notevoli dimensioni, o di Murichi, termine con il quale localmente vengono indicate le scimmie più grandi, i rappresentanti di questo genere vivono relegati nella foresta del versante atlantico del Brasile.

Si differenziano dalle Scimmie ragno del genere Ateles, al quale vennero inizialmente ascritti come unica specie (Ateles arachnoides E. Géoffroy, 1806) per la taglia maggiore ed il ventre più prominente; inoltre entrambi i sessi hanno i genitali di grandi dimensioni e nei maschi il pene è provvisto di un osso penieno (baculum), a differenza delle Scimmie ragno comuni che ne sono prive.

Animali diurni ed essenzialmente arboricoli, i Brachiteli si nutrono di sostanze vegetali, principalmente di foglie, e di frutta.

Quella larga come gli arti del Brachyteles hypoxanthus, che raggiunge gli 11 kg, non è certo da meno, come si può notare in questa immagine

Quella larga come gli arti del Brachyteles hypoxanthus, che raggiunge gli 11 kg, non è certo da meno, come si può notare in questa immagine © Peter Schoen

Vivono in gruppi, composti da un numero variabile di maschi e femmine. La gestazione dura mediamente 8 mesi al termine dei quali viene partorito un solo cucciolo che viene accudito principalmente dalle femmine. A circa due anni di età, avvenuto lo svezzamento, i figli maschi restano nel gruppo, mentre le figlie femmine vanno via alla ricerca di un nuovo gruppo.

Al genere sono ascritte due specie entrambe endemiche, il Murichi meridionale, Brachyteles arachnoides (E. Géoffroy,1806), localmente detto anche Scimmia carbone per la faccia di colore nero-fuliggine, e il Murichi settentrionale, Brachyteles hypoxanthus (Kuhl,1820), specie relegata in ristretti ambiti territoriali e oggi ritenuta una delle scimmie più rare e maggiormente minacciate.

Lagothrix

Negli spostamenti al suolo la coda non serve e gli Atelidi la portano arrotolata come questo maestoso Lagothrix lagotricha

Negli spostamenti al suolo la coda non serve e gli Atelidi la portano arrotolata come questo maestoso Lagothrix lagotricha © Artur Tomaszek

Costituisce un genere comprendente le cosiddette Scimmie lanose o Lagotrici diffuse nelle foreste pluviali dell’America meridionale.

Come le specie del genere Oreonax, queste Scimmie devono il nome comune alla pelliccia folta e lanosa il cui colore generalmente scuro, varia dal rossiccio al bruno, al grigio.

Tipicamente, le arcate sopraccigliari sono molto prominenti.

Misurano mediamente 120 cm di lunghezza, per un peso massimo che si aggira attorno ai 10 kg; la coda è lunga e prensile e viene utilizzata come quinto arto per muoversi fra le cime degli alberi.

Callicebus moloch è una specie onnivora diurna. Vive in piccoli gruppi famigliari che trascorrono la notte è le ore più calde della giorno rintanandosi nella cavità di un albero

Callicebus moloch è una specie onnivora diurna. Vive in piccoli gruppi famigliari che trascorrono la notte è le ore più calde della giorno rintanandosi nella cavità di un albero © Celestyn Brozek

Le Lagotrici vivono in gruppi formati da vari nuclei familiari; animali diurni e prevalentemente arboricoli, hanno abitudini essenzialmente frugivore, ma si nutrono anche di semi e foglie, insetti e piccoli vertebrati.

Attualmente il genere riunisce cinque specie, in passato ritenute sottospecie di Lagothrix lagotricha, distinguibili tra loro soprattutto per il colore della pelliccia.

La Scimmia lanosa bruna (Lagothrix lagotricha Humboldt, 1812) che vive nella foresta pluviale primaria ove si spinge fino a un’altezza di 3000 m del Sud America settentrionale, la Scimmia lanosa colombiana (Lagothrix lugens Elliot,1907), che popola il medio corso del Rio Magdalena in Colombia e Venezuela, e la Scimmia lanosa argentata (Lagothrix poeppigii Schinz, 1844) che predilige le zone di foresta pluviale primaria, a quote che raggiungono i 3000 m, nella zona di confine fra Brasile, Ecuador e Perù.

Callicebus moloch col piccolo. Le femmine partoriscono una volta l'anno

Callicebus moloch col piccolo. Le femmine partoriscono una volta l’anno © Bruno Conjeaud

Oreonax

È un genere attualmente rappresentato soltanto dalla Scimmia lanosa dalla coda gialla (Oreonax flavicauda Humboldt, 1812)) specie endemica di una piccola area di foresta pluviale delle Ande del Perù.

In passato classificata come Lagothrix flavicauda, questo animale deve il proprio nome specifico alla presenza di una larga banda gialla sulla parte terminale della coda.

Lunga 50–70 cm, con un peso che può superare i 10 kg e provvista di una coda prensile lunga 60–70 cm, la Scimmia lanosa deve il proprio nome volgare alla pelliccia fitta e lanosa, di colore rosso-brunastro, che la protegge dalle rigide temperature del suo habitat montano.

Il viso è glabro e di colore nero, con l’eccezione di una macchia biancastra attorno alla bocca.

Animale arboricolo e diurno, si nutre principalmente di frutti, fiori, germogli e foglie.

Vive in piccoli gruppi di 4-13 individui.

Di abitudini poligame, le femmine di questa specie danno alla luce un unico piccolo ogni uno-due anni.

Pitecidi (Pitheciidae)

Attualmente elevati al rango di famiglia, i Pitecidi sono diffusi in Sud America con oltre una quarantina di specie, comunemente note con i nomi di Uakari, Pitecie, Callicebi e Chiropoti.

Sono Scimmie di taglia medio-piccola, con il corpo di dimensioni comprese dai 20 cm delle specie di Callicebus ai 50 cm di quelle di Cacajao. La coda, di solito della stessa lunghezza del corpo, non è prensile.

Di abitudini diurne ed arboricole, si nutrono principalmente di sostanze vegetali, quali frutti, foglie, semi e germogli, ma anche di piccoli artropodi. Vivono riuniti in gruppi di varie dimensioni a seconda della specie.

Tutti i componenti della famiglia danno alla luce un solo cucciolo per volta.

La suddivisione dei Pitecidi in generi, specie e sottospecie è stata oggetto di diverse revisioni anche a seguito di spedizioni in territori inesplorati o scarsamente conosciuti del bacino amazzonico che hanno portato alla scoperta di nuove specie.

L’elegante Callicebus cupreus vive nelle foreste pluviali del Perù centrorientale e nella parte occidentale del Brasile

L’elegante Callicebus cupreus vive nelle foreste pluviali del Perù centrorientale e nella parte occidentale del Brasile © Greg Smith

Al genere Callicebus vengono ascritte le specie, attualmente oltre una trentina, comunemente indicate col nome di Callicebi o Tití diffuse prevalentemente nella foresta pluviale amazzonica della Colombia meridionale, Perù, Brasile e Paraguay settentrionale.

Sono Scimmie di medie dimensioni la cui lunghezza totale è compresa fra i 50 cm ed i 90 cm, per un peso di circa un chilogrammo; la coda, parzialmente prensile, è più lunga del corpo e ricoperta di pelo.

I Callicebi hanno abitudini diurne ed arboricole e prediligono gli ambienti di foresta fitta in prossimità di corsi d’acqua.

Particolarmente agili ed attivi, utilizzano le zampe posteriori, leggermente più lunghe di quelle anteriori, per saltare di ramo in ramo, da cui anche il nome di Scimmie saltatrici.

Si nutrono di vegetali, essenzialmente frutta matura, ed anche di animali quali insetti ed altri artropodi e piccoli vertebrati e le loro uova,

Di solito costituiscono coppie monogame e durature.

Dopo una gestazione di circa cinque mesi, le femmine danno alla luce un solo cucciolo, molto raramente due, a cui accudisce principalmente il padre.

A seguito di successive revisioni, attualmente al genere Callicebus vengono ascritte oltre 30 specie a loro volta ripartite in due sottogeneri (Callicebus e Torquatus) e in cinque gruppi (cladi).

La maggior parte delle specie sono esclusive di areali più o meno ristretti.

A seguire si citano le specie più note.

Il Callicebo rosso (Callicebus cupreus Spix, 1823), vive in Perù in aree di foresta piuttosto fitta nelle vicinanze di fonti permanenti d’acqua, il Callicebo grigio o Callicebo dal ventre rosso (Callicebus moloch Hoffmannsegg, 1807), diffuso in un’area piuttosto vasta a sud delle foci del Rio delle Amazzoni, il Callicebo della Bolivia o Callicebo dalle orecchie bianche (Callicebus donacophilus d’Orbigny, 1836), si rinviene in Bolivia orientale, Brasile centro-meridionale e nei territori più settentrionali del Paraguay.

Altre specie del genere sono il Callicebo dal collare o Vedovella (Callicebus torquatus Hoffmannsegg, 1807) che occupa l’area di foresta amazzonica al confine fra Brasile e Colombia e il Callicebo GoldenPalace.com (Callicebus aureipalatii Wallace, 2005), specie esclusiva del Parco Nazional Madidi, in Bolivia.

Cacajao

La faccia nuda del Cacajao rubicundus è rosa acceso, segno di buona salute, ma quando grida irritato assume toni scarlatti

La faccia nuda del Cacajao rubicundus è rosa acceso, segno di buona salute, e se grida irritato assume toni scarlatti © Giuseppe Mazza

Altro genere della famiglia è Cacajao il quale raggruppa specie che vivono nell’alto bacino amazzonico, sulle due sponde del Rio Japurá, e che, caso unico fra le Platirrine, si caratterizzano per avere la coda molto corta, lunga appena una decina di centimetri.

Conosciute col nome comune collettivo di Uakari, queste scimmie, che misurano circa 50 cm, si distinguono per avere la faccia priva di peli fino alla sommità del cranio ed alle tempie che richiama l’immagine di un teschio umano.

La bocca ha gli incisivi inferiori particolarmente lunghi ed appuntiti.

Animali apparentemente goffi, gli Uakari sono scimmie molto agili ed attive, in grado di spiccare balzi di sei metri di lunghezza.

Animali sociali, formano colonie che possono contare fino a cento individui.

Si nutrono di frutta, semi, foglie e germogli.

Attualmente al genere vengono ascritti lo Uakari di Ayres (Cacajao ayresi Boubli, 2008), specie scoperta recentemente in Brasile nel bacino del Rio Aracá, immissario del Rio Negro, lo Uakari calvo (Cacajao calvus Géoffroy, 1847), segnalato nelle aree di foresta pluviale a nord del Rio delle Amazzoni fra Brasile occidentale e Perù, e lo Uakari dalla faccia nera (Cacajao melanocephalus Humboldt, 1812) diffuso nella foresta inondata del bacino del Rio Negro, tra Colombia e Venezuela.

Infine, al genere vanno dubitativamente aggiunte altre specie, come lo Uakari di Neblina (Cacajao hosomi Boubli, 2008), allo stato segnalata per il Pico da Neblina, al confine fra Brasile e Venezuela ma con insufficienti indicazioni distintive, e il Cacajao rosso (Cacajao rubicundus Lesson, 1840) che alcuni studiosi ritengono sottospecie di (Cacajao calvus).

Pithecia

A questo genere vengono ascritte scimmie conosciute col nome comune collettivo di Pitecie o Saki che vivono in America Meridionale, dalla Colombia meridionale alla Bolivia settentrionale.

Alle Pitecie vengono attribuite specie che raggiungono le dimensioni di un metro, con la coda non prensile e lunga quanto il corpo. Animali arboricoli e diurni, si nutrono principalmente di frutta, ma anche di fiori, foglie, insetti ed occasionalmente anche piccoli vertebrati.

Si nutre di frutta, semi, foglie, insetti e piccoli vertebrati. La folta pelliccia lo protegge dalla violenza delle piogge e la coda è insolitamente corta

Si nutre di frutta, semi, foglie, insetti e piccoli vertebrati. La folta pelliccia lo protegge dalla violenza delle piogge e la coda è insolitamente corta © Giuseppe Mazza

Vivono in gruppi familiari composti da coppie rigorosamente monogame, coi loro cuccioli. Dopo sei mesi di gestazione, le femmine partoriscono un solo piccolo.

Attualmente al genere vengono assegnate le seguenti cinque specie.

La Pitecia dalla faccia bianca o Saki della Guyana (Pithecia pithecia Linneo, 1766), così detta per la pelliccia bianca che circonda il viso dei maschi, è specie che si rinviene nelle foreste pluviali di pianura e montane a nord del Rio delle Amazzoni.

La Pitecia equatoriale o Pitecia dalla barba rossa (Pithecia aequatorialis Hershkovitz, 1987), che deve il nome comune al colore rossiccio della barbetta dei maschi, vive nella foresta pluviale della fascia pedemontana orientale delle Ande, fra Ecuador e Perù.

Pithecia monachus e Pithecia pithecia. Questo genere raggruppa specie note come Pitecie o Saki. Vivono in gruppi familiari composti da coppie monogame con i cuccioli

Pithecia monachus e Pithecia pithecia. Questo genere raggruppa specie note come Pitecie o Saki. Vivono in gruppi familiari composti da coppie monogame coi loro cuccioli © Greg Smith (sinistra) © Giuseppe Mazza (destra)

La Pitecia bianca o Pitecia dalle mani bianche (Pithecia albicans Gray, 1860), che viene così chiamata per il colore bianco rosato delle mani, è specie relegata in una ristretta area di foresta pluviale a sud del Rio delle Amazzoni.

La Pitecia calva (Pithecia irrorata Gray, 1845), il cui nome comune si riferisce alla presenza di una macchia di colore bianco sulla calotta cranica, popola le aree di foresta pluviale primaria della zona di confine fra Bolivia settentrionale e Brasile centro-occidentale.

La Pitecia monaco (Pithecia monachus Géoffroy, 1812), caratterizzata da un mantello con peli lunghi e setolosi di colore bruno-nerastro e brizzolati su fronte e lati del cranio, si rinviene nella foresta pluviale, ad est delle Ande.

Catarrine (Catarrhini)

Macaca fuscata è una scimmia catarrina giapponese, celebre per aver scoperto, in pieno inverno, il beneficio dei bagni d’acqua calda

Macaca fuscata è una scimmia catarrina giapponese, celebre per aver scoperto, in pieno inverno, il beneficio dei bagni d’acqua calda © Martha de Jong-Lantink

Conosciute anche come Scimmie del Vecchio Mondo perché originarie dell’Africa, e presenti anche in Asia e sulla Rocca di Gibilterra nell’estremo lembo dell’Europa, questi Primati debbono il proprio nome alla caratteristica di avere il setto nasale stretto con le narici ravvicinate e più o meno aperte verso il basso.

Si tratta di Scimmie di dimensioni che mediamente sono maggiori di quelle delle Platirrine, talora anche molto grandi come nel caso delle antropomorfe, famiglie Ilobatidi e Ominidi.

Come già detto, le Catarrine rappresentano un ramo evolutivo il cui differenziamento dall’altro ramo, quello delle Platirrine, ha avuto inizio nell’Oligocene, a seguito della separazione dell’Africa dal Sudamerica e del loro allontanamento alla deriva verso le loro attuali posizioni.

Il Macaco tibetano (Macaca thibetana), diffuso nella Cina meridionale, si spinge fino all’altopiano del Tibet. Qui un adulto e un piccolo che sembra salutare con la manina

Il Macaco tibetano (Macaca thibetana), diffuso nella Cina meridionale, si spinge fino all’altopiano del Tibet. Qui un adulto e un piccolo che sembra salutare con la manina © Tim Melling

La maggior parte delle specie delle Catarrine sono provviste di grossi cuscinetti adiposi sulle natiche, che permettono loro di stare sedute e di dormire sui rami sottili in posizione eretta senza cadere; la coda, se presente, non è mai prensile. Il pollice è sempre opponibile. Animali essenzialmente arboricoli, a parte i componenti della famiglia degli Ominidi sono degli ottimi arrampicatori.

La distribuzione attuale delle Catarrine include la fascia tropicale dell’Africa e dell’Asia, sebbene qualche specie si spinga anche a latitudini più settentrionali, come nel caso del Macaco giapponese, o Macaco dalla faccia rossa (Macaca fuscata Blith, 1875) che si rinviene in quasi tutto l’arcipelago nipponico, oppure ad altitudini considerevoli, come il Macaco tibetano (Macaca thibetana Milne-Edwards, 1870) che, diffuso nella Cina meridionale, si spinge sin sull’altopiano tibetano.

Nel gruppo delle Catarrine vengono incluse 4 famiglie, Cercopitecidi, Ilobatidi ed Ominidi, ma anche in questo caso non c’è identità di vedute tra gli studiosi.

Maschio poco conciliante di Cercopithecus neglectus. In questa specie delle foreste pluviali centrafricane il dimorfismo sessuale è estremo, con femmine di 4 kg e maschi che raggiungono i 7

Maschio poco conciliante di Cercopithecus neglectus. In questa specie delle foreste pluviali centrafricane il dimorfismo sessuale è estremo, con femmine di circa 4 kg e maschi che raggiungono i 7 kg © Helene Hoffman

Cercopitecidi (Cercopithecidae)

Costituiscono la più numerosa famiglia di Scimmie Catarrine e riuniscono specie provviste di coda in genere lunga, ma che è corta nei Macachi e assente nella Bertuccia; in ogni caso la coda non è mai prensile.

Sono animali di lunghezza variabile mediamente da 30 a poco più di 100 cm, con capo arrotondato e faccia priva di peli; il muso è più o meno prominente, il naso solitamente appiattito e con narici ravvicinate, la bocca ha 32 denti.

Di abitudini principalmente arboricole, i Cercopitecidi hanno le zampe anteriori più corte delle anteriori, ad eccezione delle specie che conducono vita terricola, con le mani meno lunghe dei piedi e con unghie piatte, in qualche caso carenate.

La pelliccia è generalmente poco vistosa, di colore che varia dal verde scuro al bruno al grigio; in qualche specie può avere tinte anche vivaci e brillanti.

Animali gregari, di solito vivono riuniti in gruppi familiari poligami, ma occasionalmente si aggregano in bande anche molto numerose.

Le femmine partoriscono 1-2 piccoli dopo una gestazione la cui durata, a seconda della specie, varia da 140 a 210 giorni, fino a 270 giorni come nel mandrillo.

I Cercopitecidi sono di abitudini essenzialmente onnivore, con diverse specie che manifestano forte prevalenza o esclusività per alimenti di origine vegetale.

La famiglia riunisce circa 60 specie raggruppate in 23 generi, che per la maggior parte abitano nelle grandi foreste tropicali; alcune specie vivono nelle savane e in ambienti rocciosi, poche si spingono anche nei territori montuosi.

Considerato l’elevati numero di componenti della famiglia, in questa sede limiteremo la nostra attenzione ai generi che comprendono le specie più note o di particolare interesse.

Cercopithecus

Comunemente note con il nome collettivo di Cercopitechi, le specie di questo genere sono esclusive dell’Africa a sud del Sahara ove vivono principalmente nelle foreste; qualche specie si incontra anche nella savana. Sono Scimmie di dimensioni comprese tra 30 e 70 cm, con un peso che può raggiungere il peso di 10 kg e con capo rotondo

Essenzialmente arboricoli, ma anche terricoli, i Cercopitechi hanno attività diurna e si nutrono principalmente di frutta ed altri vegetali, ma anche di uova, insetti e piccoli vertebrati.

Il Cercopiteco dal diadema (Cercopithecus mitis) è sporadicamente diffuso in zone dell’Africa centrale in habitat caratterizzati dalla presenza di alberi e dalla vicinanza dell’acqua

Il Cercopiteco dal diadema (Cercopithecus mitis) è sporadicamente diffuso nell’Africa centrale, in habitat caratterizzati dalla presenza di alberi e dalla vicinanza dell’acqua © Giuseppe Mazza

Sono animali territoriali e gregari e vivono in gruppi familiari costituiti in genere da 10 a 30 individui, ma che a volte possono raggiungere anche i 200 componenti.

Attualmente per il genere sono state descritte circa 22 specie distinguibili tra loro essenzialmente per il modello cromatico del mantello; va tenuto presente però che per alcune di loro lo status di specie è alquanto discutibile.

Tra le specie più rappresentative ricordiamo le seguenti:  il Cercopiteco a gola bianca (Cercopithecus albogularis Sykes, 1831) è presente prevalentemente in habitat forestali dell’Africa orientale e meridionale a est della Rift valley; il Cercopiteco argentato (Cercopithecus doggetti Pocock, 1907), diffuso nella parte orientale del Congo, l’Uganda meridionale e la Tanzania nordoccidentale, il Cercopiteco dal diadema (Cercopithecus mitis Wolf, 1822), sporadicamente diffuso in zone dell’Africa centrale in habitat caratterizzati dalla presenza di alberi e dalla vicinanza dell’acqua.

Fra i cercopitechi, Cercopithecus mona è uno dei più piccoli, con un peso massimo di circa 4,4 kg per i maschi e 2,5 kg per le femmine. Vive in habitat forestali dell’Africa occidentale

Fra i cercopitechi, Cercopithecus mona è uno dei più piccoli, con un peso di circa 4,4 kg per i maschi e 2,5 kg per le femmine. Vive in habitat forestali dell’Africa occidentale © Pete Rodgers

Ed ancora, il Cercopiteco mona (Cercopithecus mona Schreber, 1774), diffuso in un ampio areale che si estende nell’Africa occidentale in habitat forestali, il Cercopiteco di Brazzà (Cercopithecus neglectus Schlegel, 1876), specie presente in ambienti di foresta pluviale dell’Africa centrale e il Cercopiteco coronato (Cercopithecus pogonias Bennett, 1833), vive nella foresta pluviale tropicale dell’Africa centrale e occidentale.

Chlorocebus

Genere della famiglia i cui rappresentanti, indicati con il nome collettivo di Cercopitechi come d’altronde tutte le specie di Cercopithecus, sono più specificamente conosciuti come Scimmie verdi, in riferimento al colore del dorso del mantello in cui prevale il colore verde. Comprende scimmie di media taglia, con i maschi che misurano circa 40 cm di lunghezza per un peso che supera di poco 4 kg, mentre le femmine sono leggermente più piccole, di solito lunghe sui 35 cm e pesano intorno ai 3 kg.

Cercopithecus petaurista e Chlorocebus pygerythrus. I Cercopitechi sono scimmie di media taglia. La coda è lunga quanto il resto del corpo

Cercopithecus petaurista e Chlorocebus pygerythrus. I Cercopitechi sono scimmie di media taglia. La coda è lunga quanto il resto del corpo © Giuseppe Mazza

La coda è lunga quanto il resto del corpo. Sulla fronte è presente una caratteristica striscia bianca più o meno ampia.

Il mantello, formato da peli non molto lunghi, sul dorso è di colore variabile a seconda della specie, dal grigio-verdastro al giallo chiaro, sino al marrone scuro; le parti ventrali e la barba, variamente sviluppata, ed i baffi sono di colore giallo crema. Il muso, le mani ed i piedi sono privi di peli e di colore nero.

I maschi presentano una tipica colorazione blu brillante dello scroto che contrasta con il colore rosso vivo del pene.

Animali prevalentemente terricoli e di abitudini diurne, queste scimmie sono maggiormente attive nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, mentre dedicano le ore più calde della giornata al riposo e alla pulizia del corpo (grooming); alla sera, si arrampicano sugli alberi per il riposo notturno. La dieta è sostanzialmente onnivora, composta prevalentemente di frutta ed altre sostanze vegetali integrata anche da insetti e piccoli vertebrati.

I Chlorocebus recano sulla fronte una caratteristica striscia bianca più o meno ampia

I Chlorocebus recano sulla fronte una caratteristica striscia bianca più o meno ampia © Giuseppe Mazza

Sono scimmie sociali che vivono in gruppi organizzati secondo una rigida struttura gerarchica in cui gli individui dominanti rivestono un ruolo privilegiato soprattutto per quanto riguarda la fruizione del cibo; ciascun gruppo è composto da un numero vario di individui di entrambi i sessi, con le femmine in numero superiore ai maschi.

Le femmine in calore segnalano la loro disponibilità all’accoppiamento presentando ai maschi la vulva che si è gonfiata.

Solitamente all’inizio delle piogge quando vi è sufficiente cibo disponibile, dopo una gestazione di 160 giorni, ogni femmina dà alla luce un solo piccolo che accudisce sino allo svezzamento che avviene intorno all’età di 6 mesi. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 4-5 anni, i giovani maschi lasciano il gruppo, mentre le giovani femmine rimangono nel gruppo di appartenenza.

Il genere è diffuso nel continente africano a sud del deserto del Sahara, dal Senegal sino al Sudafrica; piccole popolazioni introdotte dall’uomo vivono in alcune isole caraibiche, in particolare Barbados e Saint Kitts.

Attualmente al genere vengono ascritte le seguenti 6 specie, in passato ritenute sottospecie di Chlorocebus aethiops (Linneo, 1758); in verità, in considerazione della incertezza dei caratteri diagnostici identificativi, non tutti gli studiosi sono d’accordo sulla suddivisione del genere in sei specie per cui in questa sede, a prescindere dal loro valore tassonomico, ci limiteremo a fornire elementi di riferimento essenziali.

Il Cercopiteco grigioverde (Chlorocebus aethiops Linneo, 1758), così detto per il colore del dorso del mantello che è grigio-verdastro, il muso nero, con strisce bianche sulle guance; si rinviene nel territorio del Corno d’Africa (Gibuti, Eritrea, Etiopia e Sudan).

Il Cercopiteco gialloverde (Chlorocebus sabaeus Linneo, 1766), ha mantello che sul dorso assume una tinta gialla chiara, con l’estremità della coda, il lato posteriore delle cosce e il pelo sulle guance di colore giallo oro. Diffusa nell’Africa occidentale dal Senegal al fiume Volta, questa scimmia è stata introdotta dall’uomo in alcune isole dei Caraibi.

Il Cercopiteco Malbrouck (Chlorocebus cynosuros Scopoli, 1786) ha il mantello di colore grigioverde sulle parti dorsali e quasi bianco su quelle ventrali; vive nell’Africa sudoccidentale in habitat vari, dalla foresta alla savana, spingendosi in territori montani fino all’altitudine di 4.500 m.

Questo maschio di Chlorocebus pygerythrus sembra incuriosito dal suo sesso colorato

Questo maschio di Chlorocebus pygerythrus sembra incuriosito dal suo sesso colorato © Bernard Dupont

Il Cercopiteco delle montagne Bale (Chlorocebus djamdjamensis Neumann,1902) si caratterizza per il mantello d colore marrone scuro e per la faccia contornata da una barba bianca; vive in Etiopia nel territorio delle montagne di Bale.

Il Cercopiteco verde (Chlorocebus pygerythrus Cuvier, 1821) possiede il mantello di colore grigioverde sulle parti dorsali, biancastro su quelle ventrali; il suo areale comprende vari habitat, dalla savana alla foresta, dell’Africa orientale e meridionale.

Il Cercopiteco tantalo (Chlorocebus tantalus Ogilby, 1841) presenta il mantello dorsalmente di colore grigioverde, biancastro ventralmente; vive in Africa centrale in vari habitat, dalla foresta alla savana.

Erythrocebus

Scimmie Catarrine conosciute con il nome di Scimmie patas o Eritrocebi per il colore del mantello che sul dorso è rossastro, costituiscono un genere che riunisce specie di medie dimensioni con il corpo che misura tra i 60 e gli 90 cm nei maschi, mentre nelle femmine raggiunge i 50 cm; il peso è intorno ai 12 kg per il maschio e circa la metà per la femmina.

La coda misura all’incirca quanto il resto del corpo; le braccia e le zampe sono ben sviluppate. La faccia presenta la fronte e il naso di colore nero con la bocca contornata di bianco, le parti ventrali sono bianco-grigio. Lo scroto di colore blu acceso.

Animale diurno, l’Eritrocebo è considerato una delle scimmie più veloci al mondo in grado di raggiungere i 55 km/h; i lunghi arti lo rendono velocissimo nella corsa e in grado di competere persino con antilopi e leopardi.

La dieta di questa scimmia è onnivora ed è costituita di vegetali, principalmente di acacia, ed anche di insetti e piccoli vertebrati.

L’Eritrocebo vive in gruppi formati da un maschio e diverse femmine, ma anche in gruppi promiscui con più maschi.

Le femmine partoriscono in genere un solo piccolo dopo una gravidanza di circa 170 giorni.

Il genere è diffuso nell’Africa centrale tra il deserto del Sahara e le foreste equatoriali ove si rinviene principalmente in spazi aperti di zone semidesertiche ma può inoltrarsi anche in habitat con vegetazione ricca, rimanendo però in vicinanza di aree scoperte.

Erythrocebus patas è una specie onnivora della savana africana. Vive in gruppi di 20-70 individui e con le lunghe zampe raggiunge i 55 km/h. I maschi sono grandi quasi il doppio delle femmine ma la gerarchia sociale è femminile. Verso i 4 anni i giovani maschi vengono scacciati e formano dei gruppi maschili fino alla stagione riproduttiva

Erythrocebus patas è una specie onnivora della savana africana. Vive in gruppi di 20-70 individui e con le lunghe zampe raggiunge i 55 km/h. I maschi sono grandi quasi il doppio delle femmine ma la gerarchia sociale è femminile. Verso i 4 anni i giovani maschi vengono scacciati e formano dei gruppi maschili fino alla stagione riproduttiva © Mark Piazz

Attualmente il genere viene ripartito in tre specie distinte tra loro sulla base di significativi elementi diagnostici e geograficamente tra loro isolate.

La Scimmia patas meridionale (Erythrocebus baumstarki Maschi, 1905) si distingue per la faccia e il naso neri; fortemente minacciata di estinzione, attualmente questa specie si rinviene esclusivamente in boschi semiaridi di acacia in aree protette della Tanzania e dubitativamente del Kenya.

La Scimmia patas comune (Erythrocebus patas Schreber, 1775), conosciuta anche come Scimmia wadi o Scimmia ussaro, è diffusa in aree semiaride della savana dell’Africa centrale, occidentale e orientale; è stata introdotta dall’uomo anche nell’isola caraibica di Porto Rico.

Allochrocebus lhoesti è un cercopiteco che abita le foreste montane del Congo, Ruanda, Burundi e Uganda occidentale fra 600 e 900 m d’altitudine

Allochrocebus lhoesti è un cercopiteco che abita le foreste montane del Congo, Ruanda, Burundi e Uganda occidentale fra 600 e 900 m d’altitudine © Bernard Dupont

La Scimmia patas del Nilo azzurro o Scimmia patas di Heuglin (Erythrocebus poliophaeus Reichenbach, 1862) vive lungo la valle del fiume Nilo azzurro, in Etiopia, Sudan e dubitativamente nel Sud Sudan; si caratterizza per un paio di baffi bianchi a manubrio sul labbro superiore.

Allochrocebus

È un genere di Cercopitecidi diffuso nelle aree forestali montane e di pianura dell’Africa centrale ed orientale i cui componenti si caratterizzano per la presenza di una barba di colore variabile dal bianco al grigio chiaro a seconda della specie e per l’articolazione di bracci e zampe più adatte ad uno stile di vita più terricolo rispetto agli altri componenti della famiglia. Attualmente Allochrocebus che in passato veniva considerato un sottogenere di Cercopihecus, è considerato un genere a sé, filogeneticamente affine ai Clorocebi (Chlorocebus) e agli Eritrocebi (Erythrocebus). Al genere vengono ascritte tre specie delle quali la più nota è il Cercopiteco barbuto o di l’Hoest (Allochrocebus lhoesti Sclater, 1889) distinguibile per un bel collare di peli bianchi che contornano la faccia nera.

Miopithecus talapoin è una piccola scimmia onnivora con la testa rotonda il muso corto e la faccia glabra. Detti cercopitechi nani, i Miopithecus vivono sugli alberi in gruppi di 60-10 individui ma sono anche buoni nuotatori

Miopithecus talapoin è una piccola scimmia onnivora con la testa rotonda il muso corto e la faccia glabra. Detti cercopitechi nani, i Miopithecus vivono sugli alberi in gruppi di 60-10 individui ma sono anche buoni nuotatori © Giuseppe Mazza

Miopithecus

Altro genere di Cercopitecidi comprendente scimmie di piccole dimensioni, tra le più piccole tra i Primati, da cui il nome di Cercopitechi nani con cui vengono comunemente indicate; la lunghezza del corpo di questi animali è infatti compresa tra 30 e 45 cm per un peso medio di 1,2 kg per i maschi e 0,8 kg per le femmine.

Hanno La testa rotonda, il muso corto e la faccia glabra.

Animale di abitudini diurne e arboricole, il Cercopiteco nano solitamente si riunisce in gruppi numerosi, formati da 60 a 100 individui e, a differenza dei Cercopitechi propriamente detti, non è un animale territoriale.

Buon nuotatore, è onnivoro e si ciba di frutta, semi, piante acquatiche, insetti, uova, piccoli vertebrati e molluschi.

Le femmine, dopo una gravidanza di circa 160 giorni, partoriscono solitamente un solo cucciolo che diviene indipendente a tre mesi di età.

Al genere vengono attribuite due specie diffuse nella foresta pluviale dell’Africa centro-occidentale e i cui rispettivi areali sono separati dal fiume Congo; a sud del fiume vive il Cercopiteco nano del sud (Miopithecus talapoin Schreber, 1774) riconoscibile per il colore grigio scuro delle orecchie e della parte superiore del muso, mentre a nord del fiume vive il Cercopiteco nano del nord (Miopithecus ogouensis Kingdon, 1997) distinguibile per il colore arancione delle orecchie e della parte superiore del muso.

Tuttavia, va segnalato che diversi studiosi non considerano Miopithecus ogouensis una specie distinta da Miopithecus talapoin ritenendo troppo incerti e privi di validità tassonomica i caratteri su cui si basa la loro separazione.

Pygathrix

È un genere di Cercopitecidi le cui specie sono comunemente chiamate Pigatrici o Langur duca.

Diffusi in Cina ed Indocina, le Pigatrici si rinvengono in habitat forestali anche molto vari, dalle pianure alle montagne ove possono spingersi sino a quote di 2000 metri.

Il regime alimentare di Pygathrix nemaeus è strettamente erbivoro: composto quasi esclusivamente di foglie cui si aggiungono fiori e frutti

Il regime alimentare di Pygathrix nemaeus è strettamente erbivoro: composto quasi esclusivamente di foglie cui si aggiungono fiori e frutti © Sheau Torng Lim

Il genere viene attualmente frazionato in tre specie distinguibili tra loro principalmente per il diverso colore degli arti posteriori.

Il Langur duca dalle gambe rosse (Pygathrix nemaeus Linneo, 1771) si caratterizza principalmente per il colore amaranto brillante delle zampe e per la presenza di aree rossastre intorno agli occhi.

il Langur duca dalle gambe nere (Pygathrix nigripes Milne-Edwards, 1871), si distingue per il colore nero delle zampe e azzurro-grigiastro della faccia.

il Langur duca dalle gambe grigie (Pygathrix cinerea Nadler, 1997) ha le zampe chiazzate di grigio e strisce arancioni sulla faccia.

Semnopithecus

Sacro per gli Indù, Semnopithecus entellus è un cercopitecide erbivoro diurno dalla coda più lunga del corpo. Vive in gruppi di 10-60 individui con un maschio dominante

Sacro per gli Indù, Semnopithecus entellus è un cercopitecide erbivoro diurno dalla coda più lunga del corpo. Vive in gruppi di 10-60 individui con un maschio dominante © Giuseppe Mazza

Genere di Cercopitecidi i cui componenti sono comunemente chiamati Entelli, forse dal nome del mitico eroe siciliano Entellus. Sono scimmie di taglia medio-grande, con i maschi alti in media 75 cm e le femmine 65 cm, provviste di una coda più lunga del resto del corpo.

I componenti del genere si caratterizzano per il mantello di colore grigiastro e la faccia, orecchie e palme di mani e piedi prive di peli e di colore nero. Nelle specie della parte più settentrionale dell’areale, la pelliccia diviene più lunga garantendo una buona protezione dal freddo dei mesi invernali. Gli arti sono lunghi, con le mani e i piedi caratterizzati da un notevole sviluppo delle falangi. Al pari di molte scimmie, gli Entelli sono provvisti di tipiche callosità nere sulle natiche.

Il genere è diffuso in un ampio areale che si estende per buona parte del subcontinente indiano ove si rinviene in differenti ambienti, dalle alti valli del massiccio himalayano alle foreste tropicali costiere, dai territori aridi alle savane.

Semnopithecus schistaceus, noto come Entello del Nepal e Presbite dell’Himalaya, vive dell'Asia sud-orientale

Semnopithecus schistaceus, noto come Entello del Nepal e Presbite dell’Himalaya, vive dell’Asia sud-orientale © Fabrice Stoger

La presenza degli Entelli è comune anche negli ambienti urbani, ove vengono rispettati e protetti dagli indù che li considerano animali sacri.

Al genere vengono attualmente ascritte le seguenti sette specie, in passato considerate altrettante sottospecie di Semnopithecus entellus (Dufresne, 1797).

L’Entello del Kashmir (Semnopithecus ajax Pocock, 1928) è una specie arboricola e diurna diffusa in India occidentale, nel Kashmir pakistano e nel Nepal ove si rinviene in aree boscate ad un’altitudine compresa tra i 2000 e i 4000 metri.

L’Entello delle pianure meridionali (Semnopithecus dussumieri I. Geoffroy, 1943), si rinviene nella foresta pluviale dell’India sud-occidentale e centro-occidentale ma si spinge anche in aree antropizzate.

Noto come Nasica o Scimmia dalla proboscide, Nasalis larvatus è l’unico cercopiteco appartenente a questo genere

Noto come Nasica o Scimmia dalla proboscide, Nasalis larvatus è l’unico cercopiteco appartenente a questo genere © Roger Sargent Wildlife Photography

L’Entello delle pianure settentrionali (Semnopithecus entellus Dufresne, 1797), vive nelle foreste secche subtropicali e tropicali del Pakistan e dell’India centrale, ma alcune colonie si rinvengono in prossimità dei centri abitati, in stretto contatto con l’uomo.

L’Entello del Tarai (Semnopithecus hector Pocock, 1928), il cui nome specifico è dedicato ad Ettore eroe troiano dell’Iliade, vive nell’India settentrionale ove si rinviene in ambienti diversi, dalla foresta pluviale alla boscaglia, alle aree antropizzate

L’Entello dai piedi neri (Semnopithecus hypoleucos Blyth, 1841) è diffuso prevalentemente in aree di foresta pluviale dell’India sud-occidentale, lungo la fascia costiera al confine fra gli stati del Karnataka e del Kerala; si spinge anche nella boscaglia e nei luoghi abitati.

L’Entello dal ciuffo (Semnopithecus priam Blyth, 1844), specie dedicata a Priamo re dei troiani nell’Iliade che si rinviene in India sud-orientale e nello Sri Lanka dove colonizza le aree di foresta monsonica, spingendosi anche nella boscaglia non molto fitta e in aree frequentate dall’uomo.

L’Entello del Nepal o Presbite dell’Himalaya (Semnopithecus schistaceus Hodgson, 1840) è una specie endemica dell’Asia sud-orientale che vive in Nepal, Cina, India e Bhutan.

Nasalis

Altro genere di Scimmie Cercopitecidi al quale viene ascritta una sola specie comunemente nota con il nome di Nasica o Scimmia dalla proboscide (Nasalis larvatus Wurmb, 1787) cosiddetta a causa di un vistoso naso penzolante e mobile, slargato verso la sua metà e percorso longitudinalmente da un solco; tale organo è particolarmente sviluppato nei maschi adulti nei quali assume l’aspetto di una piccola proboscide che arriva a coprire la bocca, mentre nelle femmine è più piccolo e rivolto all’insù. Le narici si aprono inferiormente. La funzione di un naso così grande nei maschi non è chiara; secondo alcuni svolge la funzione di richiamo sessuale, secondo altri è una struttura di dispersione del calore. In ogni caso il naso così conformato funziona come una cassa di risonanza, conferendo ai vocalizzi dei maschi di nasica una profonda intonazione nasale molto caratteristica, simile a quella di un basso.

La Nasica ha capo più o meno tondeggiante, con orecchie piccole e con capelli lunghi e barba ben sviluppata a formare una gorgiera giallastra attorno al collo. Le palme delle mani sono scure e prive di peli, come le callosità ischiatiche.

La Bertuccia (Macaca sylvanus) è un cercopiteco del Magreb, presente anche in Europa a Gibilterra

La Bertuccia (Macaca sylvanus) è un cercopiteco del Magreb presente anche in Europa a Gibilterra © Giuseppe Mazza

Lunghe mediamente una settantina di centimetri nei maschi per un peso compreso tra i 16 ed i 22 kg, un po’ meno nelle femmine, le Nasiche hanno coda ben sviluppata, lunga quanto il resto del corpo, e priva di ciuffo all’estremità.

Il corpo è ricoperto da un mantello folto e morbido che sul capo e sulle spalle assume una colorazione rosso-marrone, mentre sul petto e sul ventre è invece giallo-rossiccio chiaro, con una macchia bianco-grigiastra ben delimitata nella regione sacrale; il dorso e i fianchi sono di colore giallo-pallido.

Gli arti superiori sono rosso-giallastri, quelli inferiori grigio-cenere, come anche la lunga coda.

I maschi hanno lo scroto nero ed il pene rosso.

Specie endemica del Borneo con preferenza alle zone costiere, la Nasica ha abitudini essenzialmente arboricole e predilige le cime più elevate dei giganteschi alberi che popolano la foresta vergine del Borneo, in particolare le foreste di mangrovie in prossimità dei corsi di acqua, ove si nutre principalmente di foglie e frutta, anche quella meno matura.

Più attiva durante il mattino, vive solitamente riunita in gruppi familiari costituiti da un singolo maschio con 2-7 femmine adulte con i piccoli. La stagione riproduttiva va dall’inizio della primavera sino all’autunno; dopo una gestazione di circa 160 giorni, le femmine partoriscono un solo piccolo che viene accudito principalmente dalla madre per circa un anno.

A seguito dell’intensificarsi delle attività antropiche, in particolare della deforestazione e della pratica della maricultura dei gamberi, attualmente questa specie è a rischio di estinzione.

Macaca

I Macachi, nome con il quale vengono comunemente indicate le specie di questo genere, sono Scimmie Catarrine con il muso sporgente e privo di peli, il cui carattere identificativo specifico è rappresentato dalla coda che in alcune specie è lunga quanto il corpo, in altre è corta, in altre ancora si riduce ad un organo vestigiale come nella bertuccia. Di media statura, sono alti tra 40 e 75 cm e pesano da 2,5 a 18 kg; i maschi sono circa il doppio delle femmine.

Il colore del mantello è vario, dal marrone, al grigio al nero. Hanno abitudini diurne e svolgono attività prevalentemente al suolo, ma sono anche buoni arrampicatori. Si nutrono principalmente di frutta, ma anche di altre sostanze vegetali, di insetti e piccoli vertebrati.

Il Cinopiteco (Macaca nigra) è una specie delle foreste pluviali di Sulawesi in Indonesia e delle isole vicine. Ha una caratteristica cresta di peli lunghi che si rizzano quando l’animale è eccitato

Macaca nigra vive nelle foreste pluviali di Sulawesi in Indonesia e delle isole vicine. Ha una caratteristica cresta di peli lunghi che si rizzano quando l’animale è eccitato © Giuseppe Mazza

Animali gregari, i Macachi vivono in gruppi talora anche molto numerosi in cui le femmine sono mediamente in quantità da tre a quattro volte maggiore rispetto a quella dei maschi. Le femmine partoriscono solitamente un solo figlio dopo una gestazione di 160-170 giorni; la maturità sessuale è raggiunta a 6-7 anni di età nei maschi, a 3-4 anni nelle femmine.

Attualmente presenti in Africa e nella regione indonesiana, i Macachi durante il Plio-Pleistocene erano diffusi in un areale ben più ampio che comprendeva anche parte dell’Europa meridionale, come testimoniato da resti fossili tra cui quelli attribuiti al  Macaco nano o Bertuccia nana (Macaca majori Schaub e Azzaroli, 1946) e Macaca florentina (Cocchi, 1872) rinvenuti rispettivamente in Sardegna ed in Toscana.

Tra le 22 specie che attualmente vengono attribuite al genere, la più conosciuta è la Bertuccia o Scimmia di Barberia o Magot (Macaca sylvanus Linneo, 1758), che vive nelle foreste medio-montane dell’Africa nord-occidentale, soprattutto in Maghreb (Marocco, Algeria e Tunisia); un gruppo di poco più di 200 esemplari  di questa specie vive sulla rocca di Gibilterra, forse introdotta nel corso della dominazione islamica della Spagna.

Macaca silenus pensoso. Endemico della foresta pluviale dei Ghati occidentali nel sud-est dell’India, è prevalentemente vegetariano con una predilezione per i frutti dei ficus

Macaca silenus pensoso. Endemico della foresta pluviale dei Ghati occidentali nel sud-est dell’India, è prevalentemente vegetariano con una predilezione per i frutti dei ficus © Giuseppe Mazza

Tra gli altri Macachi, vanno ricordati il Sileno, detto anche Macaco dalla coda leonina o Uanderú (Macaca silenus Linneo, 1758), specie con il mantello di colore nero splendente e dalla caratteristica criniera di peli biancastri che circonda il muso, diffusa nella foresta pluviale dei monti del Malabar, nell’India sud-occidentale; il Macaco di Giava, conosciuto anche con i nomi di Cinolgo o Macaco di Buffon (Macaca fascicularis Raffles 1821) è specie ampiamente diffusa nelle foreste di vari paesi dell’Asia sud orientale ove è considerata tra le specie invasive più dannose; il Cinopiteco (Macaca nigra Desmarest, 1822), specie endemica delle foreste pluviali di Sulawesi in Indonesia e delle isole vicine dalla caratteristica cresta di peli lunghi che si rizzano allorché l’animale è eccitato; il macaco tibetano (Macaca thibetana Milne-Edwards,1870) vive nelle foreste pluviali e montane fin sopra i 2000 metri di quota della Cina meridionale; il Macaco di Taiwan (Macaca cyclopis Swinhoe, 1862) è specie  è endemica di Taiwan ove vive nella foresta temperata e in zone rocciose con scarsa vegetazione.

Mandrillus

Mandrillus sphinx e Mandrillus leucophaeus sono le uniche specie di questo genere. Terricoli e gregari sono onnivori e si muovono in gruppi numerosi

Mandrillus sphinx e Mandrillus leucophaeus sono le uniche specie di questo genere. Terricoli e gregari sono onnivori e si muovono in gruppi numerosi © Giuseppe Mazza

È un genere di Cercopitecidi al quale attualmente vengono attribuite due specie, comunemente note con i nomi di Mandrillo e Drillo, che per la forte somiglianza con i Babbuini in passato venivano comprese nel genere Papio.

Sono animali di abitudini terricole e vivono principalmente nella foresta pluviale tropicale dell’Africa centrale; hanno una dieta onnivora composta principalmente da frutta, altre sostanze vegetali, insetti e piccoli vertebrati. Animali gregari, vivono riuniti in gruppi solitamente numerosi.

I Mandrilli (Mandrillus sphinx Linneo, 1758), si distinguono a prima vista per la vistosa colorazione ed anche per essere le Scimmie più grandi del mondo, dopo gli Ominidi; le dimensioni possono variare da  60 a quasi 80 cm, con un peso mediamente di 12 kg nelle femmine e circa il doppio nei maschi.

I Drilli (Mandrillus leucophaeus F. Cuvier,  1807) si differenziano dai Mandrilli per essere leggermente più piccoli ed anche molto meno colorati.

Maschio e femmina con piccolo di Papio hamadryas. Abitano le regioni subdesertiche dell’Africa e alcune zone della penisola arabica

Maschio e femmina con piccolo di Papio hamadryas. Abitano le regioni subdesertiche dell’Africa e alcune zone della penisola arabica © Giuseppe Mazza

Papio

È un genere al quale vengono attribuite le specie note comunemente con i nomi di Babbuini o Paviani. Sono Scimmie Cercopitecidi di dimensioni comprese tra 40 e 110 cm e con un peso che nelle specie più grandi può anche superare i 30 kg.

I Babbuini sono caratterizzati da uno spiccato dimorfismo sessuale, con i maschi che pesano circa il doppio delle femmine, hanno i canini più sviluppati e in alcune specie sono provvisti di una vistosa criniera sul collo e sulle spalle. Entrambi i sessi hanno un muso canino evidente, gli occhi ravvicinati e una robusta mascella; la coda è lunga e può misurare anche 80 cm. Ad eccezione del muso e delle natiche che sono glabri, il corpo è ricoperto da un mantello di colore variabile dal giallastro, oliva, marrone e argenteo a seconda del sesso e della specie,

Papio anubis est présent en Afrique centrale orientale et dans certaines régions montagneuses du Sahara

Papio anubis est présent en Afrique centrale orientale et dans certaines régions montagneuses du Sahara © G. Mazza

Il genere è presente in quasi tutta l’Africa e manca solo nella parte nordoccidentale del continente; solo l’Amadriade (Papio hamadryas Linneo, 1758) vive anche in alcune zone della penisola arabica.

Gli habitat preferiti da queste Scimmie sono la foresta rada, ma frequentano anche la savana, la steppa e le zone semidesertiche o rocciose.

Di abitudini diurne, i Babbuini sono ottimi arrampicatori ma svolgono prevalentemente attività al suolo ove si muovono con andatura quadrupede.

Sono animali onnivori, si cibano prevalentemente di vegetali vari ma anche di insetti e piccoli vertebrati, tra cui mammiferi.

Vivono in branchi, che possono essere composti da 5 a 250 esemplari a seconda dalla specie e dalle risorse disponibili. Scontri tra branchi per l’accesso alle risorse alimentari non sono rari e si risolvono con combattimenti tra maschi.

I Babbuini comunicano tra loro con complessi sistemi vocali ed anche gestuali.

Dopo una gestazione che dura circa sette mesi, le femmine solitamente partoriscono un unico figlio che è subito in grado di attaccarsi al pelo del ventre della madre che così può facilmente trasportarlo durante gli spostamenti del branco.

Oltre che dalle madri, i piccoli sono accuditi anche da tutti gli appartenenti al branco ed in particolare dai grossi maschi adulti che provvedono alla difesa degli individui più deboli.

Al genere attualmente vengono assegnate le specie seguenti.

L’Amadriade (Papio hamadryas Linneo, 1758) è specie che si caratterizza per il marcato dimorfismo sessuale con i maschi che sono provvisti di un folto mantello bianco-grigiastro che sul collo e sulle spalle forma una vera e propria criniera; la faccia è priva di peli e nera, con un muso canino. Le femmine invece sono più piccole dei maschi ed hanno il mantello con i peli corti e di colore brunastro.

Papio ursinus al pascolo. È la specie più grande del genere con oltre 110 cm di lunghezza ed un peso di 15-31 kg.

Papio ursinus al pascolo. È la specie più grande del genere con oltre 110 cm di lunghezza ed un peso di 15-31 kg © Giuseppe Mazza

Entrambi i sessi hanno spalle più alte rispetto alla groppa e presentano callosità ischiatiche ben sviluppate e senza peli. La coda è lunga 40-60 cm.

L’Amadriade vive nei territori tra le due sponde del Mar Rosso, e che comprende Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia, Yemen, e Arabia Saudita.

Il babbuino della Guinea (Papio papio Desmarest, 1820), la più piccola tra le specie del genere, è diffuso in un areale che si estende nei territori dell’Africa centro occidentale, dal Senegal alla Sierra Leone.

L’Anubi o Babbuino verde (Papio anubis Lesson, 1827), il cui nome deriva da Anubis, divinità dell’antico Egitto, è una scimmia dal corpo robusto, con il muso ben sviluppato, lungo e appuntito, armato di una robusta dentatura e con la coda provvista all’estremità di un ciuffo di peli; per queste caratteristiche e per l’andatura a quattro zampe questa specie ricorda alquanto un cane.

Anche in questa specie, i maschi hanno sul collo e sulle spalle una criniera di lunghi peli.

L’Anubi è diffuso nei territori centrali del continente africano, nell’Africa orientale e in alcune regioni montuose del deserto del Sahara.

Il Babbuino giallo (Papio cynocephalus Linneo, 1766), il cui nome scientifico dal greco antico κυνοκἐφαλος, significa testa di cane, fa riferimento al capo tozzo con il muso lungo, vagamente simile a quello di un grosso cane, che caratterizza questa specie.

La denominazione comune di Babbuino giallo è invece dovuta alla pelliccia giallo-bruna che ricopre gran parte del corpo, fatta eccezione per le guance che sono ornate da un ciuffo di folte basette ai lati del muso e la superficie interna degli arti che sono di colore bianco.

Le callosità ischiatiche sono ben sviluppate e di colore nero. Le femmine partoriscono un cucciolo per volta dopo una gravidanza che dura circa 170 giorni.

La specie è ampiamente diffusa nelle zone di savana e foresta dell’Africa centro-orientale.

Il Babbuino nero (Papio ursinus Kerr, 1792) è la specie del genere di maggiori dimensioni, raggiungendo la lunghezza di oltre 110 cm ed un peso che varia tra 15 e 31 kg; la coda mediamente misura 70 cm.

Incontro fra primati. Cosa ci fai qui? Paiono dirsi l’un l’altro. Forse l’erba non gli bastava. Dammi qualcosa di buono o ti spacco il tergicristallo!

Incontro fra primati. Cosa ci fai qui? Paiono dirsi l’un l’altro. Forse l’erba non gli bastava. Dammi qualcosa di buono o ti spacco il tergicristallo! © Giuseppe Mazza

Come nelle altre specie del genere, i maschi di questa specie hanno dimensioni nettamente superiori a quelle delle femmine e canini più sviluppati, ma, a differenza di queste, mancano di criniera sulle spalle. Il colore del mantello è di colore marrone scuro sul dorso e grigiastro sulla superfice ventrale; le estremità degli arti sono solitamente nere.

La specie è diffusa in Africa meridionale ove predilige gli ambienti della savana, della steppa e della foresta aperta.

Colobus

È un genere che riunisce specie di Cercopitecidi caratterizzate dalla forte riduzione del pollice, da cui il nome scientifico dal greco “monco”, e dal vistoso contrasto tra il nero del mantello e il bianco della coda, lunga da 50 a 100 cm circa.

Colobus guereza. Il genere Colobus riunisce specie caratterizzate dalla forte riduzione del pollice, che pare monco, ed un mantello bianco e nero

Colobus guereza. Il genere Colobus riunisce specie caratterizzate dalla forte riduzione del pollice, che pare monco, ed un mantello bianco e nero © Giuseppe Mazza

Le dimensioni dei Colobi non differiscono significativamente da quelle degli altri componenti della famiglia di appartenenza e sono mediamente comprese da 45 a 70 cm, con i maschi notevolmente più grandi delle femmine.

Di abitudini diurne e principalmente arboricole, i Colobi vivono in piccoli gruppi territoriali composti da un maschio adulto, 2-6 femmine e i loro cuccioli. La loro dieta è principalmente a base di vegetali, soprattutto di foglie. Le femmine di solito partoriscono un cucciolo per volta, dopo una gestazione di 150- 180 giorni.

I Colobi si rinvengono in diversi ambienti dell’Africa a sud del Sahara, quali la foresta pluviale tropicale, la foresta di montagna sino a 3000 m di quota e i mangrovieti.

Colobus angolensis si nutre soprattutto di foglie. Vive nell'Africa orientale e meridionale in piccoli gruppi composti da un maschio adulto e 2-6 femmine coi figli © Rafi Amar

Colobus angolensis si nutre soprattutto di foglie. Vive nell’Africa orientale e meridionale in piccoli gruppi composti da un maschio adulto e 2-6 femmine coi figli © Rafi Amar

Attualmente al genere vengono attribuite le cinque specie seguenti:

Il Colobo dell’Angola (Colobus angolensis Sclater, 1860) delle foreste dell’Africa orientale e meridionale, la Guereza (Colobus guereza Rüppell, 1835), nota anche come Guereza mantellata, Colobo bianco e nero orientale o Colobo abissino, diffuso in tutta l’Africa equatoriale, il Colobo orsino o Colobo reale (Colobus polykomos Zimmermann, 1780) che vive  nelle foreste pluviali di pianura e di montagna di una ristretta regione tra Gambia e Costa d’Avorio, il Colobo nero o Colobo satana (Colobus satanas Waterhouse, 1838) dell’Africa centro-occidentale, il Colobo velleroso (Colobus vellerosus Geoffroy, 1834), diffuso nell’Africa occidentale.

Presbytis

È un genere di Cercopitecidi al quale afferiscono Scimmie piuttosto piccole e snelle, caratterizzate dal muso particolarmente ricco di rughe che conferisce loro l’aspetto di vecchi, da cui il nome dal greco scientifico (πρεσβύτης che significa “vecchio”).

Presbytis rubicunda, così detta per il mantello rosso arancio, è una specie delle foreste pluviali del Borneo

Presbytis rubicunda, così detta per il mantello rosso arancio, è una specie delle foreste pluviali del Borneo © Sohailley Harun

Va notato che con lo stesso nome di Presbiti sono chiamate anche le specie di Trachypithecus, altro genere della famiglia dei Cercopitecidi.

Sono scimmie con il mantello di colore variabile dal marrone, al grigio o nero sulle parti dorsali e grigio chiaro in quelle ventrali, a volte anche rosso-arancio.

In alcune specie la pelliccia è ornata da particolari disegni sulla testa o sui fianchi.

Vivono nelle foreste di pianura dei territori meridionali della penisola malese, nel Borneo, Giava, Sumatra e nelle isole vicine.

Animali prevalentemente arboricoli, i Presbiti del genere in argomento formano gruppi strutturati gerarchicamente e composti da 4 a 15 individui guidati da un unico maschio.

Le femmine solitamente partoriscono un piccolo per volta dopo una gestazione di 150-180 giorni.

Soprattutto a causa della riduzione del loro habitat naturale a seguito della deforestazione per attività antropiche e anche della caccia a cui sono soggette perché devastano le piantagioni, tutte le specie del genere sono considerate più o meno a rischio.

Attualmente al genere vengono attribuite 17 specie distinguibili tra loro principalmente sulla base dei disegni e delle tonalità della pelliccia e che con areali molto limitati vivono soprattutto nelle grandi isole dell’arcipelago indonesiano di Sumatra e del Borneo.

In ristretti ambiti territoriali di Sumatra vivono il Presbite bianconero (Presbytis bicolor Aimi e Bakar, 1992), il Presbite di Sumatra (Presbytis melalophos Raffles, 1821) il Presbite dalla mitria (Presbytis mitrata Eschscholtz, 1821), il Presbite nero (Presbytis sumatrana Muller e Schlegel, 1841), il Presbite di Thomas (Presbytis thomasi Collett, 1893) e il Presbite di Sumatra orientale (Presbytis percura Lyon, 1908).

Numerose specie del genere si trovano anche nel Borneo.

Alcune di loro sono esclusive della grande isola come il Presbite dalla fronte bianca (Presbytis frontata Muller, 1838), il Presbite di Miller (Presbytis canicrus Miller, 1934), diffuso nella regione orientale e il Presbite del Sarawak (Presbytis chrysomelas Muller, 1838), il Presbite di Hose (Presbytis hosei Thomas, 1889) e il Presbite marrone (Presbytis rubicunda Muller, 1838).

Presbytis obscurus, detto Langur dagli occhiali o Presbite dagli occhiali per il disegno chiaro intorno agli occhi, vive sugli alberi delle foreste della Malaysia, incluse le isole di Langkawi e Penang, Myanmar e Thailandia. Consuma circa 2 kg di foglie al giorno che sceglie con cura, spostandosi in gruppetti di una decina d’individui

Presbytis obscurus, detto Langur dagli occhiali o Presbite dagli occhiali per il disegno chiaro intorno agli occhi, vive sugli alberi delle foreste della Malaysia, incluse le isole di Langkawi e Penang, Myanmar e Thailandia. Consuma circa 2 kg di foglie al giorno che sceglie con cura, spostandosi in gruppetti di una decina d’individui © Giuseppe Mazza

Vanno ancora ricordate il Presbite di Natuna (Presbytis natunae Thomas e Hartet, 1894), noto solo per le isole Natuna tra la penisola malese e il Borneo, e il Presbite delle Mentawai (Presbytis potenziani Bonaparte, 1856) esclusivo delle isole Mentawai al largo di Sumatra.

Piliocolobus

In passato tutte le specie ascritte a questo genere, indicate anche loro con il nome collettivo di Colobi, venivano inserite nel genere Colobus e solo recentemente, in seguito ad una revisione tassonomica, sono state assegnate ad un genere a sé, Piliocolobus.

Attualmente a questo genere vengono assegnate circa 17 specie,

Decisamente insolito, il Colobo rosso di Zanzibar (Piliocolobus kirkii) apparteneva un tempo al genere Colobus e fu poi riclassificato di recente come Procolobus

L’insolito il Colobo rosso di Zanzibar (Piliocolobus kirkii) apparteneva un tempo al genere Colobus e fu poi riclassificato di recente come Procolobus © John Tomsett

Alcune di queste, a loro volta frazionate in sottospecie, sono distinguibili tra loro essenzialmente per il diverso modello cromatico del mantello, il cui colore di base è comunque il rosso, da cui il nome comune di Colobi rossi.

Le specie di Piliocolobus sono diffuse in Africa centrale in territori di foresta pluviale, in prossimità dei corsi d’acqua permanenti, ma anche in savane e mangrovieti.

Trachypithecus

Chiamate anche Presbiti o Langur, oltre che con il nome indonesiano di Lutung, le specie del genere sono Scimmie Cercopitecidi di corporatura piuttosto snella raggiungendo una lunghezza di 40-80 cm ed un peso di 5-15 kg, con i maschi generalmente più grandi delle femmine.

È endemico di Unguja, l'isola più importante dell'arcipelago di Zanzibar, al largo delle coste della Tanzania

È endemico di Unguja, l’isola più importante dell’arcipelago di Zanzibar, al largo delle coste della Tanzania © Rafi Amar

Tipicamente le braccia di questi animali sono più corte delle zampe e le mani hanno i pollici ridotti. La coda è lunga.

Il mantello è di colore variabile a seconda delle specie dal nero e dal grigio al giallo-arancio, talora molto variopinto, mentre le parti ventrali sono più chiare; i peli sul capo formano una sorta di cappuccio.

I Presbiti di questo genere sono animali arboricoli e di abitudini diurne e frequentano le foreste pluviali ma si possono incontrare anche nelle foreste montane.

Si cibano di sostanze vegetali, soprattutto di foglie, frutta e germogli. Animali territoriali, vivono in gruppi composti da un maschio e da alcune femmine. Dopo una gestazione di circa sette mesi nasce un solo cucciolo, raramente due, alla cui cura provvedono la madre e le altre femmine dell’harem.

Il Presbite dalla faccia viola, detto anche Langur dalla faccia viola (Trachypithecus vetulus) ha un areale che si è ridotto enormemente a seguito delle attività antropiche. Attualmente lo si può trovare solo sui monti del Parco nazionale delle Horton Plains o nella foresta pluviale delle città di Kitulgala e Galle

Il Presbite dalla faccia viola, detto anche Langur dalla faccia viola (Trachypithecus vetulus) ha un areale che si è ridotto enormemente a seguito delle attività antropiche. Attualmente lo si può trovare solo sui monti del Parco nazionale delle Horton Plains o nella foresta pluviale delle città di Kitulgala e Galle © Bera Simone-Bez Photography

Il genere, al quale attualmente vengono attribuite 17-18 specie, è diffuso in un areale che si estende in gran parte dell’Asia sud-orientale e l’estremità meridionale dell’India e lo Sri Lanka.

Tra le specie più rappresentative si citano le seguenti.

Il Presbite di Giava noto anche come Presbite color ebano o Budeng (Trachypithecus auratus È Geoffroy, 1812) vive nelle aree interne e periferiche delle foreste pluviali, il Presbite dalla cresta (Trachypithecus cristatus Raffle, 1913) si rinviene nelle foreste costiere di mangrovie del territorio che va dalla Birmania fino all’Indocina e al Borneo, il Presbite di Francois (Trachypithecus francoisi Pousargues, 1898) è diffuso nelle le aree di foresta pluviale monsonica del Vietnam settentrionale, Laos centrale e Cina meridionale

Il Presbite di Giava (Trachypithecus auratus) è endemico delle isole di Java, Bali e Lombok. Il suo regime alimentare vegetariano è talora integrato da larve d’insetti

Il Presbite di Giava (Trachypithecus auratus) è endemico delle isole di Java, Bali e Lombok. Il suo regime alimentare vegetariano è talora integrato da larve d’insetti © Giuseppe Mazza

Il Presbite del Laos (Trachypithecus laotum Thomas, 1911) è endemico del Laos centrale foreste secche subtropicali o tropicali, il Langur dagli occhiali o Presbite dagli occhiali (Trachypithecus obscurus Reid, 1837), popola  con numerose sottospecie aree di foresta pluviale della Malaysia, Myanmar e Tahilandia, ed ancora il Presbite dalla testa bianca (Trachypithecus poliocephalus Trouessart, 1911) che vive in Vietnam, sull’Isola di Cat Ba, ed il Presbite dalla faccia viola o Langur dalla faccia viola (Trachypithecus vetulus Erxleben, 1777), il cui areale si è ridotto enormemente a seguito delle attività antropiche ed attualmente è relegato sui monti del Parco nazionale delle Horton Plains o nella foresta pluviale delle città di Kitulgala e Galle.

Ilobatidi (Hylobatidae)

Costituiscono una famiglia di Scimmie Catarrine i cui componenti si caratterizzano, oltre che per le minori dimensioni, soprattutto per la considerevole lunghezza delle braccia rispetto alle dimensioni del corpo, per le abitudini esclusivamente arboricole e per l’utilizzo della brachiazione come forma principale di locomozione.

Hylobates lar e Hylobates agilis, Esclusivamente arboricoli con braccia lunghissime rispetto al corpo gli Ilobatidi, utilizzano principalmente la brachiazione per spostarsi velocemente sugli alberi. Alcune specie sono provviste di una grossa sacca laringea che funziona come cassa di risonanza per amplificare i richiami

Hylobates lar e Hylobates agilis, Esclusivamente arboricoli con braccia lunghissime rispetto al corpo gli Ilobatidi, utilizzano principalmente la brachiazione per spostarsi velocemente sugli alberi. Alcune specie sono provviste di una grossa sacca laringea che funziona come cassa di risonanza per amplificare i richiami © Giuseppe Mazza (sinistra) © Roger Wasley (destra)

Comunemente noti con il nome di Gibboni, sono Scimmie che al pari degli Ominidi mancano di coda; inoltre, sono provvisti di callosità ischiatiche e normalmente assumono una posizione eretta. Le specie del genere Hylobates mancano di tasche guanciali.

Il corpo è ricoperto da una pelliccia di colore variabile, a seconda della specie, nonché del sesso e dell’età, dal nero, al grigio, al marrone o al bianco; talora il manto è ornato di macchie variamente colorate.

I Gibboni conducono vita diurna e si nutrono principalmente di frutti, foglie e invertebrati.

Animali sociali, vivono riuniti in piccoli gruppi familiari, in media composti da una coppia monogama e dai suoi figli; hanno spiccato il senso della territorialità e proteggono il proprio territorio attivamente mediante una serie di manifestazioni, principalmente vocali.

Hylobates moloch è endemico delle zone occidentali e centrali di Giava. Passando da un albero all’altro può compiere balzi di oltre 12 m

Hylobates moloch è endemico delle zone occidentali e centrali di Giava. Passando da un albero all’altro può compiere balzi di oltre 12 m © Arjan Haverkamp

Alcune specie sono provviste di una grossa sacca laringea nella parte anteriore del collo, che gonfiandosi funziona come cassa di risonanza che amplifica i richiami sonori.

La famiglia è diffusa in Asia sudorientale e nell’arcipelago malese in habitat di foresta pluviale tropicale e subtropicale, principalmente in zone di bassa quota.

Attualmente vi vengono ascritte sedici specie ripartite in quattro generi distinti tra loro per il numero di cromosomi, Hoolock (2n=38), Hylobates (2n=44), Symphalangus (2n=50) e Nomascus (2n=52).

Tutte le specie della famiglia sono a rischio di estinzione, a causa della crescente antropizzazione del Sud-est asiatico con conseguente degradazione e frammentazione del loro habitat.

Un giovane Hylobates lar già maestro nei volteggi. Gli Ilobatidi si nutrono di frutti, foglie e invertebrati

Giovane Hylobates lar già maestro nei volteggi. Gli Ilobatidi si nutrono di frutti, foglie e invertebrati © G. Mazza

Hoolock

Comunemente chiamate con il nome di Ulok, le specie del genere raggiungono una altezza di 60–90 cm, con una apertura delle braccia di 180 cm per un peso solitamente compreso dai 6 ai 9 kg.

Oltre che per il numero di cromosomi (19 coppie), gli Ulok si caratterizzano per un marcato dimorfismo sessuale riguardante il colore della pelliccia, di colore nero con una banda bianca sulla fronte nei maschi, grigio-marrone, più scura sul collo e sul torace nelle femmine.

Entrambi i sessi presentano degli anelli di pelo bianco intorno agli occhi e alla bocca che ricordano una maschera.

Scimmie di abitudini diurne e arboricole, gli Ulok hanno una dieta principalmente a base di frutti, insetti e foglie.
Sono animali sociali, adoperano per comunicare una complessa serie di vocalizi, e costituiscono coppie monogame.

Le femmine, dopo una gestazione lunga 7 mesi, partoriscono cuccioli con una pelliccia bianco crema che acquista il colore scuro definitivo solo con il raggiungimento della maturità sessuale, tra gli 8 e i 9 anni di età.

Il genere, frazionato in due specie indicate con i nomi di Ulok occidentale (Hoolock hoolock Harlan, 1834) e Ulok orientale (Hoolock leuconedys Groves, 1967), presenta un areale frazionato che si estende dal nord-est dell’India al Myanmar (Birmania) e con sparute popolazioni anche in Bangladesh e nella parte orientale del sud-ovest della Cina.

Hylobates

Comunemente indicate con il termine collettivo di Gibboni, le specie di questo genere sono Ilobatidi caratterizzati da un corredo di 22 coppie di cromosomi.

Con un peso che varia da 4,5 a 7 kg i Gibboni sono i più piccoli componenti della famiglia. La pelliccia è di colore variabile dal nero, al marrone o al grigio-giallastro. I gibboni conducono prevalentemente vita arboricola e raramente scendono al suolo.

Vivono riuniti in piccoli gruppi familiari, costituiti da coppie monogame e figli, con un proprio territorio ben definito.

Hoolock hoolock vive nel Bangladesh orientale, nell'India nord-orientale, nel Myanmar nord-occidentale e forse nel Tibet sud-orientale. Come tutti gli Ilobatidi non ha coda

Hoolock hoolock vive nel Bangladesh orientale, nell’India nord-orientale, nel Myanmar nord-occidentale e forse nel Tibet sud-orientale. Come tutti gli Ilobatidi non ha coda © Khushboo & Rahul Sharma

I Gibboni sono noti per la produzione di elaborati modelli di vocalizzazione con diverse funzioni, prevalentemente legate al controllo del territorio e al consolidamento dei legami familiari.

Animali onnivori, si cibano essenzialmente di frutta ma anche di foglie e germogli e piccoli animali.

Le femmine, dopo una gestazione di circa sette mesi, partoriscono solitamente un solo cucciolo che viene accudito per un paio di anni e che raggiunge la maturità sessuale ad un’età variabile tra 6 e 8 anni.

Il genere Hylobates è ampiamente diffuso nella foresta fluviale tropicale dal sud-est asiatico, dalla Cina meridionale al Borneo, Sumatra sino ai territori occidentali di Giava.

Nomascus leucogenys è un Ilobatide cinese dello Yunnan. Supera di rado il mezzo metro. I maschi hanno la pelliccia nera mentre quella delle femmine è bruno-giallastra

Nomascus leucogenys è un Ilobatide cinese dello Yunnan. Supera di rado il mezzo metro. I maschi hanno la pelliccia nera mentre quella delle femmine è bruno-giallastra © Pierre-Yves Le Bail

Attualmente nel genere vengono comprese circa sei specie tra le quali vanno menzionate il Gibbone comune o dalle mani bianche (Hylobates lar Linneo, 1771), il Gibbone cinerino o Gibbone di Giava o Uau-Uau (Hylobates moloch Audebert, 1798) e il raro Gibbone agile (Hylobates agilis Cuvier, 1821).

Nomascus

È un genere di Ilobatidi al quale attualmente vengono attribuite specie, anch’esse note con il nome collettivo di Gibboni, caratterizzate da un corredo cromosomico costituito da 26 coppie di cromosomi.

Sono Scimmie di circa 60 cm di altezza e di 7-8 kg di peso che manifestano un marcato dimorfismo sessuale nel colore della pelliccia che nei maschi è prevalentemente di colore nero, mentre nelle femmine assume una tinta bruno-giallastra con una macchia nera alla sommità della testa.

Symphalangus syndactylus, nativo delle foreste della Tailandia, Malesia e Indonesia, è invece il più grande gibbone esistente, alto anche 1 m e con un peso di 14 kg. L’apertura delle braccia può raggiungere i 2 m

Symphalangus syndactylus, nativo delle foreste della Tailandia, Malesia e Indonesia, è invece il più grande gibbone esistente, alto anche 1 m e con un peso di 14 kg. L’apertura delle braccia può raggiungere i 2 m © Giuseppe Mazza

I Gibboni di Nomascus conducono vita arboricola e diurna, nutrendosi principalmente di frutta ed altri alimenti vegetali e occasionalmente anche di insetti.

Vivono riuniti in gruppi familiari costituiti da coppie monogame e figli.

Il genere è diffuso nelle zone di foresta pluviale tropicale della Cina meridionale, del Vietnam, Laos e della Cambogia orientale.

Attualmente vi vengono ascritte 6 specie tra cui Il Gibbone dal ciuffo (Nomascus concolor Harlan, 1826), il Gibbone dalle guance rosa (Nomascus gabriellae Thomas, 1909), relegato nell’estremo sud del Laos, nel Vietnam meridionale e nella Cambogia orientale, e il Gibbone dalle guance bianche (Nomascus annamensis Van Ngoc Thinh et al., 2010).

Symphalangus

Distinguibile sulla base del corredo cromosomico formato da 26 coppie di cromosomi, il Symphalangus è un genere di Ilobatidi diffuso nelle foreste dell’Indonesia, della Malesia e della Tahilandia.

Allo stato comprende soltanto una specie, il Siamango (Symphalangus syndactylus Raffles, 1821), la più grande specie di Gibbone esistente, raggiungendo il metro d’altezza, per un peso massimo di 14 kg.

L’apertura delle braccia può raggiungere i 2 metri.

Si tratta di una scimmia che si distingue dagli altri Gibboni per avere il secondo e il terzo dito dei piedi parzialmente unite da una membrana, da cui il nome specifico, nonché per presentare in entrambi i sessi una grande sacca sprovvista di peli sotto la gola, in grado di gonfiarsi fino a raggiungere le dimensioni della testa stessa, che consente l’emissione di suoni o canti acuti e risonanti.

Il Siamango si differenzia anche per avere la fronte bassa, gli occhi molto incavati e il naso largo e piatto con grandi narici laterali; inoltre la bocca è particolarmente larga ed il mento è sfuggente.

La faccia è praticamente priva di peli ad eccezione di un paio di baffetti sottili. Il mantello è di colore nero.

Di abitudini arboricole, i Siamanghi si nutrono essenzialmente di sostanze vegetali, in particolare frutti maturi e foglie tenere ma anche fiori e piccoli animali, principalmente insetti.

La sua enorme sacca laringea consente vocalizzi prolungati e complessi che terminano con trilli assordanti

La sua enorme sacca laringea consente vocalizzi prolungati e complessi che terminano con trilli assordanti © Giuseppe Mazza

I Siamanghi sono monogami e solitamente formano gruppi familiari costituiti dai genitori e dai loro piccoli che restano fino al raggiungimento della maturità.

Le femmine partoriscono dopo una gestazione di 6-7 mesi; i piccoli sono accuditi da entrambi i genitori.

Ominidi (Hominidae)

Costituiscono una famiglia di Scimmie Catarrine alla quale sino a qualche decennio fa veniva ascritta soltanto la specie umana (Homo sapiens); attualmente vi vengono comprese anche gran parte delle cosiddette scimmie antropomorfe, quali Oranghi, Gorilla e Scimpanzé in passato riuniti all’interno della famiglia dei Pongidi, adesso declassata a sottofamiglia degli Ominidi, quella dei Pongini.

A sua volta, la famiglia degli Ominidi viene frazionata nei generi Pongo, Gorilla, Pan ed Homo.

Localmente chiamato l’Uomo della foresta, L’Orango del Borneo (Pongo pygmaeus), appartiene alla famiglia degli ominidi. Vive nelle calde, umide, foreste tropicali e in prossimità delle paludi costiere dell’isola indonesiana

Localmente chiamato l’Uomo della foresta, L’Orango del Borneo (Pongo pygmaeus), appartiene alla famiglia degli Ominidi. Vive nelle calde ed umide foreste tropicali e in prossimità delle paludi costiere dell’isola indonesiana © Giuseppe Mazza

Tuttavia, a questo proposito va segnalato come alcuni biologi ritenendo che la distinzione tra i generi HomoPan non sia suffragata da sufficienti elementi significativi e sulla base di evidenti similitudini di carattere genetico, propongono la riclassificazione dello Scimpanzé comune come Homo troglodytes e del Bonobo come Homo paniscus.

In attesa che siano approfonditi gli studi in merito, in questa sede saranno illustrati gli elementi rappresentativi dei quattro generi sopra indicati, ritenendo ancora prematura qualsiasi considerazione di carattere sistematico.

Pongo

Rappresentato da scimmie di grandi dimensioni, è un genere il cui nome scientifico deriva da mpungu che nel linguaggio locale significa grande scimmia dei boschi, i cui componenti sono più comunemente conosciuti con il nome di Orango o Orangotango, termine che nasce dalle parole malesi orang, “uomo” e hutan, “foresta”, cioè uomo della foresta.

Unici Primati di grandi dimensioni che attualmente si riscontrano al di fuori del continente africano, gli Oranghi vivono nelle paludose foreste pluviali con vegetazione fitta del Borneo e di Sumatra. Sono Scimmie Catarrine di abitudini solitarie e arboricole che si nutrono principalmente di vegetali ma anche di insetti, uova di uccelli e piccoli vertebrati. Al pari di Scimpanzé e Bonobo, gli Oranghi hanno sviluppato l’utilizzo di utensili e, dotati di ottime capacità di relazionarsi con l’uomo, sono in grado di apprendere e ripetere alcune azioni, quali quella di piantare chiodi o tagliare un pezzo di legno con la sega.

Attualmente il genere viene frazionato in 3 specie viventi, distinguibili tra loro principalmente sulla base DNA mitocondriale. L’Orango del Borneo (Pongo pygmaeus Linneo, 1760), specie endemica del Borneo ove vive nelle calde e umide foreste tropicali e anche in prossimità delle paludi costiere, l’Orango di Sumatra (Pongo abelii Lesson, 1827), relegata nella parte settentrionale dell’isola indonesiana di Sumatra, e l’Orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis Nurcahyo, Meijaard, Nowak, Fredriksson & Groves, 2017), segnalata per le foreste tropicali di latifoglie nella parte settentrionale di Sumatra.

Fisicamente molto simile all’Orango di Sumatra, dal quale si distingue principalmente per il pelo del mantello che è più increspato e dal colore meno rossiccio, l’Orango di Tapanuli è particolarmente raro e a rischio di estinzione.

Mamma Orango di Sumatra (Pongo abelii) si rilassa sonnecchiando, mentre il piccolino gioca con i peli della pelliccia materna e svogliatamente mastica una foglia

La mamma Orango di Sumatra (Pongo abelii) si rilassa sonnecchiando, mentre il piccolino gioca con i peli della pelliccia materna e svogliatamente mastica una foglia © Helene Hoffman

Gorilla

Costituisce un genere della famiglia degli Ominidi i cui componenti si caratterizzano a prima vista per la corporatura particolarmente robusta e tozza e per il mantello di colore grigio-nerastro. Alti mediamente tra 1,25 e 1,75 metri, per quanto riguarda il peso, i Gorilla mostrano uno spiccato dimorfismo sessuale con i maschi che possono arrivare fino a 200 chilogrammi mentre le femmine pesano tra i 70 e i 90 chilogrammi. Le braccia sono notevolmente più lunghe delle gambe ed hanno un’apertura compresa tra 2 ed oltre i 2,75 metri; le mani ed i piedi sono molto larghi, con grandi pollici e con gli alluci di solito opponibili.

Arrampicatori relativamente agili, i Gorilla sono animali essenzialmente terricoli e a terra si muovono a quattro zampe sulle nocche, ovverossia gravando il peso del corpo sulla seconda e terza falange. Similmente ad altri primati, i Gorilla hanno un’impronta digitale distintiva e, come tutti gli altri componenti della famiglia sono privi di coda.

Relegato nelle foreste tropicali di latifoglie della parte settentrionale di Sumatra, l'Orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis) è una specie molto rara, a rischio di estinzione

Relegato nelle foreste tropicali di latifoglie della parte settentrionale di Sumatra, l’Orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis) è una specie molto rara, a rischio di estinzione © Larry Daugherty

Diffusi nelle regioni centrali dell’Africa,  sino ad un recente passato tutti i Gorilla venivano raggruppati in un’unica specie. Attualmente sono riconosciute due specie distinguibili tra loro su basi morfologiche e comportamentali, oltre che per il diverso colore della pelliccia; il Gorilla occidentale (Gorilla gorilla Savage, 1847) con il mantello di colore grigio-brunastro, ed il Gorilla orientale (Gorilla beringei Matschie, 1903) dal tipico mantello di colore nero. A loro volta, entrambe le specie vengono frazionate in due sottospecie.

Pan 

È considerato un genere di Ominidi i cui attuali rappresentanti, Scimpanzé e Bonobo, sinora classificati rispettivamente come Pan troglodytes (Blumenbach, 1775) e Pan paniscus (Schwarz, 1929), risultano specie geneticamente tanto affini alla specie umana (Homo sapiens Linneo, 1758) da indurre diversi scienziati a includerli nello stesso genere Homo. In verità è stato dimostrato che Scimpanzé, Bonobo e Uomo sono estremamente vicini dal punto di vista del Dna, e condividono un’altissima percentuale del loro patrimonio genetico.

Gorilla beringei e Gorilla gorilla a confronto con espressioni decisamente parlanti. I Primati ed in particolare gli Ominidi posseggono un mondo interiore fatto di molteplici sentimenti, come mentire, prendersi gioco degli altri, avere il senso del tempo, pensare ai rapporti sociali

Gorilla beringei e Gorilla gorilla a confronto con espressioni decisamente parlanti. I Primati ed in particolare gli Ominidi posseggono un mondo interiore fatto di molteplici sentimenti, come mentire, prendersi gioco degli altri, avere il senso del tempo, pensare ai rapporti sociali © Jan Fischer Rasmussen (sinistra) e © Roger Wasley (destra)

Allo stato naturale, gli Scimpanzé della specie Pan troglodytes vivono, frazionati in quattro sottospecie, solo nella foresta tropicale della zona equatoriale dell’Africa centro-occidentale.  Sono scimmie di grande statura che nelle femmine può raggiungere i 130 cm di altezza per un peso di 45 kg, mentre i maschi possono essere alti anche 160 cm con un peso che può arrivare a 65 kg. La colorazione del pelo è di solito molto scura e tendente al nero, anche se si sono registrati casi eccezionali di scimpanzé albini. Animali essenzialmente arboricoli, vivono in branchi più o meno numerosi, composti di maschi, femmine e cuccioli.

Il Bonobo (Pan paniscus Schwarz, 1929), noto anche come Scimpanzé pigmeo o Scimpanzé nano, si distingue dallo Scimpanzé comune per avere le zampe relativamente lunghe, il capo provvisto di ciuffi di peli sulla sommità e il viso scuro con le labbra rosa; i giovani hanno la coda con l’estremità a pennacchio sino all’età adulta. Di abitudini arboricole ed anche terricole, questa scimmia è in grado di camminare in posizione eretta, caratteristica questa che assieme a tratti del viso le conferiscono un aspetto più simile agli esseri umani di quanto non lo sia lo Scimpanzé comune. Il Bonobo vive nelle foreste pluviali primarie e secondarie dell’Africa centrale, di norma tra i 300 e 700 metri di quota; occasionalmente si può incontrare anche in aree non boschive o savane.

Il Bonobo (Pan paniscus), detto anche Scimpanzé pigmeo o Scimpanzé nano è un Ominide con abitudini principalmente terrestri ma anche arboricole. A terra si muove preferibilmente a quattro zampe appoggiando il peso del corpo sulle nocche, ma è in grado di camminare anche in posizione eretta come la femmina a destra

Il Bonobo (Pan paniscus), detto anche Scimpanzé pigmeo o Scimpanzé nano è un Ominide con abitudini principalmente terrestri ma anche arboricole. A terra si muove preferibilmente a quattro zampe appoggiando il peso del corpo sulle nocche, ma è in grado di camminare anche in posizione eretta come la femmina a destra © G. Mazza

Homo

Tradizionalmente costituisce un genere al quale viene ascritta unicamente la specie rappresentata dall’uomo moderno, Homo sapiens (Linneo 1758). In verità, come già detto, le minime differenze genetiche riscontrate tra Uomo, Scimpanzé e Bonobo ha indotto alcuni scienziati a riconsiderare l’originale schema di Linneo e a ipotizzare la loro attribuzione al medesimo genere Homo.

D’altronde, occorre però anche ricordare che secondo altri studiosi è invece il termine Homo sapiens a essere inadeguato e che la nostra specie andrebbe riclassificata all’interno del genere Pan, quindi come Pan sapiens; questa diversità di vedute sta a significare che l’appartenenza sistematica di Scimpanzé, Bonobo e Uomo rimane ancora una questione aperta. Pertanto, in attesa di ulteriori e validi elementi di supporto per l’una o l’altra delle due superiori ipotesi, in questa sede seguiremo la tradizione che attribuisce ad Homo lo status di genere e del quale fa parte l’attuale specie (Homo sapiens Linneo, 1758) assieme ad una ventina di altre specie tutte estinte.

Anche se hanno abbandonato parzialmente o completamente come l’uomo la vita sugli alberi, gli Ominidi hanno ereditato e mantenuto dai propri progenitori le principali caratteristiche collegate all’ambiente arboricolo dove l’odine dei Primates è nato. Qui lo Scimpanzè a sinistra (Pan troglodytes) guarda all’albero, ed il piccolo di Gorilla occidentale (Gorilla gorilla), nella foto a destra, sperimenta un’arrampicata aggrappandosi al tronco con mani e piedi

Anche se hanno abbandonato parzialmente o completamente come l’uomo la vita sugli alberi, gli Ominidi hanno ereditato e mantenuto dai propri progenitori le principali caratteristiche collegate all’ambiente arboricolo dove l’odine dei Primates è nato. Qui lo Scimpanzè a sinistra (Pan troglodytes) guarda all’albero, ed il piccolo di Gorilla occidentale (Gorilla gorilla), nella foto a destra, sperimenta un’arrampicata aggrappandosi al tronco con mani e piedi © Giuseppe Mazza (sinistra) e © Daniel Field (destra).

Tuttavia, anche a causa della carenza di reperti fossili, il percorso evolutivo  di questo ramo dei nostri più diretti antenati ed il suo frazionamento specifico non è ancora del tutto chiaro; pertanto ci limiteremo a menzionarne alcune tra le più interessanti, quali l’Uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis King, 1864), la cui estinzione è collocata in un periodo tra i 25 000 e i 30 000 anni fa,  l’Homo floresiensis, il cui status specifico è di dubbio valore e che si ritiene  sia sopravvissuto fino a 12 000 anni fa; ed ancora l’Homo di Desinova o donna X, la cui esistenza nel 2010 è stata ipotizzata sulla base dell’analisi mitocondriale del DNA eseguita sul resto di un dito ritrovato in Siberia, sulla catena dei monti Altai , e che si ritiene che sia vissuto in un periodo compreso tra 70.000 e 40.000 anni. Ed ancora, l’Homo habilis (Leakey et alii, 1964) è una specie di ominide estinta, apparsa nel Pleistocene e vissuta da circa 2,4 a 1,44 milioni di anni fa.

Infine, va ricordato il Pitecantropo o Uomo di Giava (Homo erectus Dubois, 1894) ritenuto il primo ominide in grado di preparare ed utilizzare utensili di pietra scheggiata, di usare il fuoco e probabilmente anche di conciare e lavorare le pelli ed anche un uso più elaborato degli alimenti rispetto agli uomini primitivi precedenti.

 

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